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di Giuseppe Milli*

lecceprima.it, 10 luglio 2024

L’argomento è di quelli purtroppo che ad un essere umano dovrebbe far accapponare la pelle e, disgustato, balzare su dalla sedia e reagire in qualche modo. Chi vi scrive è un avvocato che, soprattutto nei primi dieci anni di attività professionale, si è occupato dei “problemi” (nei processi) ma anche dei diritti dei detenuti (durante la cosiddetta attività carceraria consistita in interrogatori e colloqui). Non posso non ricordare un episodio (senza citare alcun nome per rispetto della famiglia) che ha caratterizzato in negativo l’incipit della carriera di un giovane avvocato, rappresentando in buona sostanza un vero trauma mai dimenticato. Faccio riferimento a un detenuto presso la Casa Circondariale di Lecce in stato di custodia cautelare per reati legati all’immigrazione irregolare di clandestini che il 19 settembre 1998 morì di infarto in una cella nonostante avesse richiesto invano 17 volte di essere visitato da un cardiologo.

Pur non assimilabile ad un suicidio questo episodio segnò tanto la mia coscienza di avvocato in quanto non mi davo pace alla ricerca di una mia omissione o errore giovanile; tale lacerante dubbio poi fu destinato a svanire allorché, oltremodo favorito dal fatto di esercitare la professione presso lo studio del mai troppo compianto mio maestro, senatore e avvocato Antonio Lisi, ebbi la possibilità di stimolare un’indagine parlamentare unitamente al senatore Antonino Monteleone durante una visita a sorpresa presso l’istituto di pena salentino.

Orbene, quanto i due parlamentari ebbero ad accertare (mancava ogni elementare mezzo di soccorso sanitario) suscitò scalpore nell’opinione pubblica ma non fu decisivo affinché la magistratura inquirente, sollecitata da un mio esposto denuncia, evitasse di richiedere ed ottenere un provvedimento di archiviazione.

Sto parlando di tempi lontani, ma, purtroppo, le condizioni di vivibilità all’interno del carcere in Italia, se non peggiorate, sono comunque rimaste immutate: dalla carenza di personale penitenziario (altre vittime al pari dei detenuti), alle pessime condizioni igienico-sanitarie, sovraffollamento nelle celle, all’utilizzo promiscuo dei servizi igienici in cella, dalla presenza di letti a castello che sfiorano il tetto all’assenza di sistemi di refrigerio durante la canicola estiva (si fa riferimento anche ad un modesto mini ventilatore), all’uso delle docce razionato come si fosse in guerra, etc.

Ovviamente, allora come ora si odono le stesse parole e gli stessi argomenti: la responsabilità più evidente è in capo ai governi che hanno legiferato in materia (di qualsiasi colore e natura) prevedendo solo e soltanto il carcere non come extrema ratio in caso di misura custodiale, ma come ordinaria abitudine a imprimere una punizione preventiva.

A questi vanno segnalate le condotte della Magistratura Inquirente che richiede la misura della custodia cautelare molto spesso in carcere laddove si potrebbe utilizzare quella meno afflittiva degli arresti domiciliari con uso coatto del braccialetto elettronico (comunque capace di garantire il rispetto delle esigenze di cautela: in caso pericolo attuale di reiterazione delle medesima condotta criminosa, inquinamento delle prove o pericolo di fuga), ma anche quella Giudicante (Gup) o più specificatamente quella del Tribunale di Sorveglianza che si occupa della fase esecutiva della pena (e quindi della possibilità di gradarla sostituendo la detenzione in carcere con altre misure pur consentite per reati di non grave allarme e pericolo sociale). Se si analizzano gli ultimi pacchetti-legge emanati dagli ultimi governi ci si potrà rendere conto di come si siano moltiplicate le ipotesi di reato costruite ed ideate dal Legislatore che prevedono, anche per reati bagatellari, il carcere quale massimo sistema punitivo che possa soddisfare l’indifferente opinione pubblica italiana.

È di pochi giorni fa, come accaduto in tante parti d’Italia, un interessante incontro con la cittadinanza, con la finalità di sollecitare l’interesse delle persone, organizzato e promosso dalla Camera Penale di Lecce. Ero presente e quando ho preso la parola sono stato applaudito da sole due persone che, passando da Piazza Mazzini, si sono incuriosite ad ascoltare noi avvocati, al contrario di tutti gli altri che per ore nell’indifferenza più assoluta sciamavano nel passeggio o nello shopping nel cuore commerciale di Lecce.

E le prospettive che si intravedono sono ancora più negative del passato: carcere per tutti, per chi protesta con il proprio corpo, per chi disobbedisce alle leggi o viola il foglio di via, per le donne detenute in stato di gravidanza o con un bimbo molto piccolo, per chi protesta con manifestazioni non violente di resistenza passiva, per gli occupanti abusivi di case.

Lo sbandierato processo di umanizzazione carceraria del governo attuale deve fare i conti con un dato terribile: oltre quindicimila esuberi in carcere di detenuti e oltre 50 (53 fino a giorni fa) suicidi di detenuti, ovviamente non certo colletti bianchi, che ci stanno facendo tornare al diritto delle caverne. Piuttosto che propagandare le strutture di accoglienza fuori nazione sarebbe davvero il caso di mettere la mano, che sarebbe benedetta da Dio, per scrivere una semplice legge: “Si fa divieto di porre in carcere, sia in fase custodiale che esecutiva, un soggetto se non è assicurata lui la permanenza in cella in un numero massimo di due persone (oggi sono anche quattro…); in attesa dello sblocco di tale “numero chiuso” il soggetto sarà posto in stato di detenzione domiciliare con uso del braccialetto elettronico e costante controllo quotidiano delle Forze dell’Ordine a ciò deputate”.

*Avvocato penalista del Foro di Lecce