di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 20 aprile 2023
Storie di ordinaria disumanità: Ha un figlio in Germania, un altro a Malta, la figlia e la moglie vivono a Padova, la madre in Tunisia, è detenuto nella Casa di reclusione di Padova: finora, “grazie al Covid”, poteva fare una telefonata al giorno di dieci minuti, ora la prospettiva è di tornare a una telefonata di dieci minuti a settimana, quindi quei figli, quella moglie, quella madre lo sentiranno ognuno una volta al mese, spartendosi quei pochi minuti di telefonata concessi. Questa è una storia come tantissime altre, di inutile crudeltà del carcere.
C’è qualcosa di assurdo, nella questione delle telefonate delle persone detenute: concederne di più non costa nulla, se le sono sempre pagate; è un dovere delle Istituzioni aiutare a rafforzare gli affetti, e non a disintegrarli come si fa ora; è una delle poche forme concrete e significative di prevenzione dei suicidi, in un momento in cui questa piaga sembra essere diventata inarrestabile; è un elemento fondamentale della rieducazione, che richiede di agevolare “opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”.
E invece, che succede? Succede che in carceri sovraffollate e palesemente fuorilegge, in carceri che non rispettano la “territorialità della pena”, cioè la obbligatoria vicinanza della persona detenuta al domicilio della sua famiglia, l’unico pensiero è “riportare alla normalità” le telefonate.
Succede così che, di punto in bianco, le persone detenute dovranno dire ai loro cari che praticamente non telefoneranno quasi più: e già immagino quelle madri e quelle mogli, che se la prenderanno con i famigliari detenuti, immaginando chissà quali violazioni, e che si arrabbieranno con loro pensando che ancora una volta non hanno saputo tenersi buona quella piccola conquista dei dieci minuti al giorno. E invece no, e invece non sono i detenuti che non hanno meritato la fiducia, sono le Istituzioni che hanno avuto paura di mostrare un volto umano.
Ma al peggio non c’è mai limite in carcere: credevamo che la doppia sofferenza del Covid vissuto nelle ristrettezze della galera e il triste record degli 84 suicidi del 2022 costituissero una emergenza vera e preoccupante, e invece no, l’assurdo è che ora nelle carceri si sta tornando “alla normalità”, e la normalità quale sarebbe? Quella della telefonata di dieci minuti a settimana, la miserabile telefonata con cui una persona detenuta dovrebbe soddisfare tutto il bisogno di affetto suo e dei suoi famigliari.
Nelle carceri di normalità non ce n’è per niente, c’è sovraffollamento, manca personale, non c’è il lavoro per le persone detenute, che dovrebbe invece essere obbligatorio, c’è miseria e sofferenza, però lasciare la telefonata quotidiana, un provvedimento a costo zero per lo Stato, quello no, quello non si può.
Nonostante la legge permetta una ampia discrezionalità ai direttori, nonostante a un direttore che usa la sua discrezionalità per prevenire i suicidi, autorizzando più affetto attraverso le telefonate, nessuno dovrebbe avere il coraggio di contestare di aver abusato del suo potere, nonostante la telefonata quotidiana sia una delle poche cose sensate in un sistema, che di senso ne ha sempre meno, nonostante tutto questo i telefoni nei prossimi giorni taceranno, e per esempio quel detenuto, che aspetta ansiosamente la notizia della nascita del nipote, dal momento che oggi non è nato dovrà aspettare la settimana prossima per sapere come sono andate le cose. E toccherà sempre più spesso al volontariato dare le belle, e soprattutto le brutte, notizie.
*Direttrice di Ristretti Orizzonti e presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
Senza le telefonate, ritorna l’inutile crudeltà del carcere
Un appello delle persone detenute della redazione di Ristretti Orizzonti
Sono passati più di tre anni da uno dei momenti più tragici della vita delle carceri, quando, a causa della pandemia, la chiusura sia alle visite dei parenti, che all’ingresso della “società civile” si era trasformata in una tragedia con rivolte, morti, desolazione. Ma per fermare quelle rivolte, avvenute principalmente per la paura di noi detenuti di essere lasciati soli, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva invitato tutti i Direttori degli istituti di pena a incrementare quanto più possibile i colloqui telefonici con i nostri famigliari. Così in molte carceri da allora abbiamo potuto effettuare più telefonate, fino a una telefonata al giorno di dieci minuti.
Inoltre, i colloqui in presenza sono stati sostituiti con la videochiamata, così da permetterci di mantenere i contatti, anche visivi, con le nostre famiglie. Prima della pandemia ci era consentita una telefonata alla settimana - sempre di dieci minuti - e sei ore di colloquio visivo al mese. Sei ore al mese fanno tre giorni all’anno, tre miseri giorni da dedicare alle nostre famiglie. A Padova però le telefonate erano due a settimana, grazie alla disponibilità dei direttori che si sono succeduti alla guida della Casa di Reclusione a usare la loro discrezionalità per autorizzare una telefonata in più a settimana, in considerazione della situazione di particolare difficoltà in cui si trovavano le persone detenute anche prima del Covid: basta pensare al sovraffollamento, alla mancanza di personale, ai suicidi, agli atti di autolesionismo.
Ora, pare che la cessata emergenza pandemia stia portando a una “normalizzazione” da parte dell’amministrazione, con il ritorno alla telefonata settimanale per larga parte delle persone detenute. Per tre anni non si sono verificati problemi legati alla sicurezza, anzi, la telefonata giornaliera ha rasserenato gli animi e avvicinato più che mai le famiglie; inoltre non c’è stato nessun aggravio di spesa per l’amministrazione penitenziaria, perché le telefonate sono a carico delle persone detenute, come del resto sono sempre state anche quando erano una sola alla settimana. E quanto al personale, poco e affaticato dalle tensioni e da un clima di sfiducia e ansia, dalle telefonate in più per le persone detenute ha solo da guadagnare un po’ di serenità in un lavoro certamente non facile. Ci chiediamo allora per quale motivo si vuole far ripiombare nella solitudine e nella disperazione noi detenuti e le nostre famiglie, e questo nonostante nelle prigioni italiane solo nell’anno 2022 si siano registrati 84 suicidi, in larga parte dovuti alla solitudine e alla paura dell’abbandono.
Di fronte alla drammatica EMERGENZA dei suicidi, di fronte alla sofferenza delle nostre famiglie, che sarebbero costrette a “regredire” ai miserabili dieci minuti di telefonata a settimana, vogliamo sperare che il direttore della Casa di reclusione di Padova, che già prima del Covid concedeva una telefonata in più a settimana, non riduca il numero delle telefonate, e anzi si faccia garante per le persone detenute, e inviti anche i suoi colleghi a farlo, di quella che la Corte Costituzionale, nell’ordinanza N.162/2010, definisce la “progressività che ispira il percorso rieducativo del detenuto e che è tutelata e garantita dall’art. 27 della Costituzione, attraverso la previsione della finalità rieducativa della pena”. Non ci può essere progressività né, quindi, il rispetto della Costituzione se si interrompono le telefonate e si privano le famiglie di questo forte, importante legame con i loro cari.










