di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 21 aprile 2023
Storie di ordinaria disumanità: Ha un figlio in Germania, un altro a Malta, la figlia e la moglie vivono a Padova, la madre in Tunisia, è detenuto nella Casa di reclusione di Padova: finora, “grazie al Covid”, poteva fare una telefonata al giorno di dieci minuti, ora la prospettiva è di tornare a una telefonata di dieci minuti a settimana, quindi quei figli, quella moglie, quella madre lo sentiranno ognuno una volta al mese, spartendosi quei pochi minuti di telefonata concessi. Questa è una storia come tantissime altre, di inutile crudeltà del carcere.
C’è qualcosa di assurdo, nella questione delle telefonate delle persone detenute: concederne di più non costa nulla, se le sono sempre pagate; è un dovere delle Istituzioni aiutare a rafforzare gli affetti, e non a disintegrarli come si fa ora; è una delle poche forme concrete e significative di prevenzione dei suicidi, in un momento in cui questa piaga sembra essere diventata inarrestabile; è un elemento fondamentale della rieducazione, che richiede di agevolare “opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”.
E invece, che succede? Succede che in carceri sovraffollate e palesemente fuorilegge, in carceri che non rispettano la “territorialità della pena”, cioè la obbligatoria vicinanza della persona detenuta al domicilio della sua famiglia, l’unico pensiero è “riportare alla normalità” le telefonate.
Succede così che, di punto in bianco, le persone detenute dovranno dire ai loro cari che praticamente non telefoneranno quasi più: e già immagino quelle madri e quelle mogli, che se la prenderanno con i famigliari detenuti, immaginando chissà quali violazioni, e che si arrabbieranno con loro pensando che ancora una volta non hanno saputo tenersi buona quella piccola conquista dei dieci minuti al giorno. E invece no, e invece non sono i detenuti che non hanno meritato la fiducia, sono le Istituzioni che hanno avuto paura di mostrare un volto umano.
Ma al peggio non c’è mai limite in carcere: credevamo che la doppia sofferenza del Covid vissuto nelle ristrettezze della galera e il triste record degli 84 suicidi del 2022 costituissero una emergenza vera e preoccupante, e invece no, l’assurdo è che ora nelle carceri si sta tornando “alla normalità”, e la normalità quale sarebbe? Quella della telefonata di dieci minuti a settimana, la miserabile telefonata con cui una persona detenuta dovrebbe soddisfare tutto il bisogno di affetto suo e dei suoi famigliari.
Nelle carceri di normalità non ce n’è per niente, c’è sovraffollamento, manca personale, non c’è il lavoro per le persone detenute, che dovrebbe invece essere obbligatorio, c’è miseria e sofferenza, però lasciare la telefonata quotidiana, un provvedimento a costo zero per lo Stato, quello no, quello non si può.
Nonostante la legge permetta una ampia discrezionalità ai direttori, nonostante a un direttore che usa la sua discrezionalità per prevenire i suicidi, autorizzando più affetto attraverso le telefonate, nessuno dovrebbe avere il coraggio di contestare di aver abusato del suo potere, nonostante la telefonata quotidiana sia una delle poche cose sensate in un sistema, che di senso ne ha sempre meno, nonostante tutto questo i telefoni nei prossimi giorni taceranno, e per esempio quel detenuto, che aspetta ansiosamente la notizia della nascita del nipote, dal momento che oggi non è nato dovrà aspettare la settimana prossima per sapere come sono andate le cose. E toccherà sempre più spesso al volontariato dare le belle, e soprattutto le brutte, notizie.
*Direttrice di Ristretti Orizzonti e presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia










