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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 11 agosto 2026

Il più spettacolare paradosso sulla “sicurezza” in cima a tutti i sondaggi è che nel contempo le persone non si preoccupino della “fabbrica” che produce più insicurezza in assoluto: il sistema dell’esecuzione delle pene, sia nella parte in cui lascia per strada 90.000 condannati definitivi a pene fino a 4 anni, “liberi sospesi” in attesa che si valuti se debbano scontarle in carcere o in misure alternative, sia nella parte in cui invece proprio in carcere rinchiude 65.000 detenuti e li prepara a tornare ad aggredire e derubare i cittadini come e più di prima. Se infatti, oggi in carcere, il 3% ha già sperimentato le porte girevoli fino a 10 volte, ben 40% è già stato in cella sino a 4 volte, e addirittura 60% è già alla seconda reclusione: ospedali con questi tassi di mortalità dopo apparenti cure, o fabbriche con questi tassi di difettosità dopo le riparazioni, non verrebbero tollerati dai pazienti o consumatori.

I cittadini invece tollerano l’odierno carcere, senza nemmeno chiedere conto non dei mancati miracoli (non pretendibili in una situazione incancrenita da decenni e certo non addebitabile al solo governo Meloni), ma almeno del divario tra promesse e risultati.

In almeno 17 occasioni, dall’inizio della legislatura nell’ottobre 2022, la premier o il ministro della Giustizia o il sottosegretario responsabile delle carceri (finché non ha avuto problemi di bisteccherie) hanno annunciato 10.000 posti in più entro il triennio successivo (o 7.000 o 5.000 a seconda delle volte entro l’anno). Trascorsi 4 dei 5 anni di governo, oggi il consuntivo è che la teorica capienza regolamentare non è aumentata di 10.000 posti ma è rimasta a 51.220, appena 46 più del 2022 e anzi 56 meno dell’anno scorso. Da questi vanno però detratti 4.877 posti inagibili o in ristrutturazione, sicché quelli realmente disponibili sono persino 999 meno di inizio legislatura, 46.237, 611 meno di due anni fa, addirittura 1.362 meno di 14 anni fa.

Intanto i detenuti sono invece cresciuti dai 56.225 di ottobre 2022 alla soglia odierna dei 65.009 sfondata l’8 agosto, dunque 18.666 più dei posti veri. E questa media di sovraffollamento schizzata al 140,6% (contro il 109,9% di inizio legislatura) non “racconta” le infestazioni di cimici nei letti e nelle pareti, o i guasti che tolgono l’acqua d’estate o il riscaldamento d’inverno, e ingloba il fatto che 25 penitenziari eccedano il 180%, e 9 (capitanati da Lucca al 243% e Milano San Vittore al 228%) stipino addirittura più del doppio di detenuti ammassabili.

I “garantisti” che tengono correttamente il conto degli indennizzi per ingiuste detenzioni di arrestati poi assolti (32.263 in 33 anni) sorvolano invece sull’altra statistica che documenta come negli ultimi otto anni lo Stato abbia dovuto indennizzare (con 1 giorno di riduzione della pena ogni 10 trascorsi in cella, o con 8 euro al giorno in caso di pena già espiata) 35.710 persone per il fatto di averle detenute in condizioni degradanti: 6.539 nel solo 2025, il 12% più rispetto all’anno precedente.

L’amministrazione rivendica gli sforzi fatti, i 960 posti che dichiara ristrutturati nel 2026, la “fase di concreta realizzazione” di altri 2.823, o i maggiori fondi per l’assistenza psicologica (14,9 milioni): tuttavia nei 72 istituti visitati dall’Associazione Antigone nella prima metà d’anno - dove il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, per un terzo sono tossicodipendenti, il 20,5% è sotto antidepressivi, e il 46% assume regolarmente sedativi - è stato riscontrato ad esempio che, in concreto, le ore di psichiatri e di psicologi disponibili in una settimana per 100 detenuti sono persino diminuite dalle già poche di prima (6,5 ore invece di 7,4, e 16,6 ore invece di 20,4). Anche l’ennesimo annuncio ministeriale di un “epocale” ddl sull’ampliamento della detenzione domiciliare in comunità “di 10.000 tossicodipendenti” è dovuta essere in fretta derubricata dallo stesso ministero a “prospettiva evidentemente pluriennale”, appena due banali conti hanno verificato che con i 19 milioni stanziati forse nel 2027 potrebbero trovare posto in comunità al massimo 600 detenuti tossicodipendenti.

“Epocali” sarebbero gli eventi che invece scivolano come acqua su marmo: ad esempio i dieci giorni di Viterbo con un omicidio in una rissa tra gruppi etnici, un suicidio e una rivolta con incendio; a Prato prima l’inchiesta per torture e violenze sessuali tra detenuti, e poi ora anche (pure qui) un omicidio; il sequestro di 7 sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano, fuorilegge su salute e sicurezza; o il “refuso” invocato dal Dap per ritirare una circolare che autorizzava, “in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”.

Al confronto smette di essere una provocazione, e anzi appare ormai rimedio-tampone tutt’altro che assurdo, l’idea di carceri a numero chiuso (stile California del 2011), dove uno entri solo se si è liberato il posto di un altro: orizzonte neanche più tanto balzano, visto che in autunno la Consulta si troverà già a stabilire se sia incostituzionale l’assenza di un “rimedio estremo” (già possibile invece ad esempio per un detenuto gravemente malato) come il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena nel caso in cui le modalità di questa pena violino la dignità della persona e si traducano in un suo trattamento inumano e degradante.