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di Luca Granata e Mauro Toffetti*

altrapsicologia.it, 17 agosto 2025

“Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni”, scriveva Dostoevskij ne “L’idiota”, riprendendo un tema centrale anche in “Memorie da una casa di morti”, opera maturata durante la sua esperienza personale nel carcere siberiano. Un’idea condivisa anche da pensatori come Voltaire e Cesare Beccaria, che nel celebre “Dei delitti e delle pene” ponevano l’accento sul trattamento dei detenuti come misura della moralità e della giustizia di uno Stato. È con questo sguardo storico, politico e umano, che a fine luglio abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a una visita ispettiva presso la Casa Circondariale di San Vittore, a Milano.

Un’iniziativa promossa dall’Associazione Enzo Tortora - Radicali Milano, in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni, AltraPsicologia e Patto Civico. È stata un’esperienza intensa, toccante e profondamente formativa, sia sul piano umano che professionale.

San Vittore è un luogo emblematico. Una struttura nata nel 1889 che oggi accoglie più del doppio della sua capienza ottimale. I numeri parlano chiaro: 1.048 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 700, con una soglia di efficienza reale stimata intorno ai 450 posti. Una fotografia drammatica del sovraffollamento carcerario italiano, che qui si attesta al 233 %.

Le sezioni II e IV, chiuse da anni per ristrutturazione, potrebbero restituire spazi più dignitosi e persino alleggerire il sovraffollamento. Ma il rischio è che diventino, paradossalmente, nuovi contenitori di ulteriore affollamento, senza una visione politica e sanitaria che riformi davvero la funzione del carcere. Ma dietro le cifre si muovono storie, fragilità, cronicità non trattate, sofferenze psichiche: un tessuto umano che spesso chiede ascolto, cura e possibilità di reinserimento. Il carcere va guardato non solo con competenze tecniche, ma anche con la capacità di riconoscere nell’altro - detenuto o operatore -, una comune umanità fatta di bisogni, limiti, emozioni. Un approccio compassionevole, che non significa indulgente, ma profondamente attento e capace di accogliere la sofferenza altrui senza giudizio.

Percorrendo i “raggi di San Vittore”, dalla sezione femminile a quella maschile, abbiamo incontrato sguardi pieni di storia, sorrisi accennati e sigarette accese. Alle 11.00 si pranza e la razione di cibo offre fusilli al sugo, pollo e patate al forno. Luigi (nome inventato) attende il suo compagno di cella, impegnato a distribuire le razioni ai compagni di piano, per mangiare insieme: “non mi piace mangiare da solo, aspetto il mio amico”. Il personale della polizia penitenziaria presso San Vittore è composto da 556 unità totali, con circa 80 agenti presenti ogni giorno, tra turni diurni e 25 in servizio notturno. L’età media è molto bassa, intorno ai 30 anni, il che riflette una realtà gravata da estrema responsabilità nonostante l’esperienza professionale ridotta.

Numerose ricerche indicano che gli agenti penitenziari in Italia affrontano livelli elevatissimi di stress e rischio di burnout per via del frequente contatto con detenuti emotivamente sofferenti e aggressivi. La chiamano “tensione” e il termine restituisce chiaramente la complessità. A questo si aggiungono carichi emotivi e dinamiche organizzative che generano senso di esaurimento emotivo, distacco e ridotta auto-efficacia professionale.

La questione identitaria, spesso si intreccia con questi fattori: nella cultura interna degli operatori permane una diffusa mentalità che incoraggia una forma di forza emotiva e resistenza, ma al contempo alimenta la paura di apparire vulnerabili. Questo ostacola l’accesso ai servizi psicologici, rendendo difficile chiedere supporto anche nei momenti di crisi emotiva o burnout.

Eppure qualcosa si muove. L’attivazione del progetto ponte di supporto psicologico peer-to-peer per il personale della polizia penitenziaria, mutuato dalla polizia locale, è un segnale di attenzione verso il benessere di chi lavora in prima linea. Ma resta un gran bisogno di cultura psicologica strutturata, di presenza clinica costante e di mediazione linguistico e culturale: oggi presente in numero ancora troppo esiguo (due mediatori per tutta l’area sanitaria).

Per quanto riguarda il personale sanitario, cinque psicologi ex art. 80 e due psichiatri gestiscono più di mille persone, con una media mensile di oltre 580 colloqui psicologici e 650 visite psichiatriche. Gli atti di autolesionismo si attestano intorno ai 50 a settimana. Sono presenti circa 525 tossicodipendenti (30 donne), e almeno 250 detenuti con diagnosi psichiatrica conclamata. Questi numeri definiscono il carcere come un enorme contenitore di sofferenza psichica e marginalità sociale, più che come contenitore di “agenti di reato”.

Lo psichiatra vede 325 detenuti al mese con 160 ore mensili. Immaginando che almeno il 30% di queste ore sono impegnate al confronto in equipe e alla relazione delle attività, probabilmente dedica a ciascun soggetto non più di 20 minuti: il tempo di dare la terapia (e forse neanche controllore che sia regolarmente assunta). Gli psicologi hanno qualche ora in più ma la domanda è talmente alta che in queste condizioni si agisce solo su emergenze. La mancanza di tempo e risorse rischia di spingere i professionisti verso una visione “tecnica” della sofferenza, svuotata di significato umano.

Durante la visita al carcere di San Vittore, i referenti istituzionali hanno segnalato una prassi ormai diffusa: oltre ai detenuti con una diagnosi psichiatrica formale, una parte significativa - probabilmente la maggioranza - utilizza psicofarmaci, in particolare ansiolitici e antidepressivi. Ciò è confermato anche da osservazioni nelle aree di primo ingresso e nelle celle di sorveglianza, dove spesso giungono persone in forte crisi psico-comportamentale. In questi contesti, il farmaco sembra essere il primo e principale strumento adottato per contenere e stabilizzare rapidamente. Questa modalità solleva profondi interrogativi di natura etica, politica e sociale. Secondo l’articolo 27 della Costituzione, il carcere ha finalità rieducative e riabilitative; tuttavia, il ricorso massiccio alla sedazione farmacologica rischia di tradursi in una gestione contenitiva anziché terapeutica, contrapponendosi all’idea di cura attiva.

La realtà solleva dubbi sia sulla reale necessità clinica degli psicofarmaci sia sulla carenza strutturale di risorse psicologiche e psichiatriche. Ciò suggerisce che, più che interventi personalizzati e tempestivi, prevalga una risposta emergenziale e uniforme alla sofferenza mentale. Il rischio concreto è di cronicizzare il disagio psichico, anziché accompagnarlo attraverso percorsi di comprensione, ascolto e trasformazione personale. Questo scenario richiede una riflessione urgente: è necessario verificare in che misura l’uso estensivo di farmaci risponda effettivamente a bisogni di cura o sia invece conseguenza delle gravi lacune nei servizi sanitari e psicologici disponibili in carcere. Solo così si potrà valutare se il carcere agisca come luogo di cura o come contenimento meccanico della sofferenza.

Il carcere di San Vittore - come tante altre realtà detentive italiane - è lo specchio di una società che fatica a prendersi cura delle sue fragilità. È il luogo dove convergono povertà educativa, dipendenza, salute mentale trascurata, isolamento sociale: “dove il fuori fallisce arriva San Vittore” ci dice la Vice Direttrice. Ed è proprio da qui che occorre ripartire con uno sguardo nuovo: non più il carcere come smaltimento sociale, ma come punto di ripartenza per i diritti, la dignità e la salute delle persone. Occorre rimettere al centro la soggettività dell’essere umano, anche - e soprattutto - quando è detenuto. Restituirgli accesso alla cura, al percorso di reinserimento, alla possibilità di ricostruire. Fare in modo che la struttura del carcere non diventi la struttura di personalità del detenuto e viceversa. E per fare questo, serve una visione che tenga insieme sicurezza e salute, contenzione e dignità, legalità e presa in carico.

Una visione che includa, finalmente, la psicologia non come accessorio, ma come elemento strutturale nella costruzione di un carcere che educa, cura, accompagna. Un carcere capace di farsi luogo di umanizzazione passa anche dalla capacità di portare uno sguardo compassionevole dentro le istituzioni: uno sguardo che non cede alla pietà sterile, ma che si fonda sulla responsabilità condivisa di costruire contesti che promuovano salute, rispetto, trasformazione. Alle 12 abbiamo dovuto terminare la nostra visita, lasciando spazio ad un gruppo di giovani magistrati in formazione. Quando li abbiamo visti li, nella “rotonda” da dove partono i 6 raggi di San Vittore, in fila davanti al primo cancello, abbiamo pensato “che bello sarebbe se anche i nostri colleghi in formazione potessero godere di questa esperienza come elemento strutturale del loro percorso identitario e professionale”. Magari è un sogno. Magari no.

*Psicologi volontari dell’Associazione Luca Coscioni