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di Alessandro Diddi*

Il Dubbio, 14 aprile 2025

Le condizioni disumane negli istituti penitenziari e le violazioni dei diritti umani aprono una riflessione sulle responsabilità politiche nell’ignorare le sollecitazioni del papa e del capo dello stato per una riforma penitenziaria. Il Santo Padre il 9 maggio 2024, durante i secondi Vespri della Solennità dell’Ascensione, in occasione della consegna della Bolla di indizione del Giubileo ordinario alle Chiese dei cinque continenti, aveva sollecitato i governi di tutto il mondo ad assumere nell’Anno del Giubileo iniziative “per restituire speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”.

Cogliere questa sollecitazione sarebbe stata per il governo Meloni una grande occasione per risolvere l’enorme problema del sovraffollamento carcerario che da anni affligge incessantemente il nostro sistema penitenziario e che, purtroppo, nessuno dei governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni ha tentato di affrontare seriamente.

Governare vuol dire risolvere i problemi che si presentano in un determinato momento storico ma, per farlo, occorre una profonda conoscenza della loro origine. Solo quando si hanno bene a mente le coordinate delle questioni che si affrontano se ne possono individuare le soluzioni. È come quando si cura una malattia: senza averne fatto una diagnosi precisa non si potrà mai debellarla. Se ne potranno, al limite, lenire i sintomi, ma se non si risale alla causa, essa non potrà mai essere sconfitta.

Da più parti si avverte la grave crisi che sta vivendo oggi il nostro sistema penitenziario soffocato dalle ataviche condizioni delle carceri, vecchie, del tutto inadeguate ad assicurare un trattamento dignitoso, sovraffollate e, soprattutto, totalmente disorganizzate ed inidonee ad attuare l’unico scopo che la Costituzione riconosce alla pena: la funzione rieducativa.

Sergio Mattarella nel 2022: restituire la dignità

A tale riguardo, viene subito alla mente il Messaggio che in data 3 febbraio 2022, in occasione del suo secondo giuramento, il neoeletto Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, rese al Parlamento: “dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza”.

In effetti, ancora di recente, sfogliando i repertori di giurisprudenza, non è inconsueto imbattersi in decisioni della Corte di cassazione che, al termine dei procedimenti risarcitori ex art. 35-ter l. n. 354 del 1975, hanno accolto i ricorsi di detenuti da cui emergeva che durante il periodo di detenzione, oltre a non essere stato loro assicurato lo spazio minimo vitale di 3 mq (nella specie di 1.20 mq ‘pro capite’ a causa dell’ingombro di un tavolino - da riporre in bagno per potersi coricare nel letto), non erano stati loro neppure garantiti gli elementi minimali del trattamento penitenziario a causa dell’assenza dell’acqua calda; dell’inadeguatezza del riscaldamento; del turno doccia, reso possibile tre volte a settimana con acqua fredda e la permanenza complessiva all’interno della cella per quindici ore giornaliere (così nella vertenza decisa da Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 29/03/2023, n. 8878 (rv. 667241-01). Ancora, è possibile incappare in decisioni che si sono dovute occupare di istanze risarcitorie avanzate da detenuti che hanno lamentato l’assenza di una effettiva e completa separazione tra il locale bagno ed il resto della camera detentiva (Cass. pen., Sez. I, 23/01/2019, n. 15306) o, ancora, la prolungata assenza di acqua potabile (Cass. pen., Sez. I, 08/02/2024, n. 21590). La grave situazione in cui versano le carceri italiane può essere definita, come detto, un problema atavico che si presenta sistematicamente e nella stessa drammaticità da quando esiste l’unità d’Italia.

Filippo Turati nel 1904: le carceri sono una vergogna nazionale

Filippo Turati, nel 1904, in un discorso alla Camera dei deputati disse che “le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggiore vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale, nella forma più atroce che si abbia mai avuto: noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura, la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori”.

Francesco Carnelutti nel 1945: segni manifesti di inciviltà

Francesco Carnelutti, 40 anni dopo, in un prezioso contributo pubblicato nel 1945 dovette constatare come occorresse giungere ad una profonda revisione, “delle nostre idee o delle nostre abitudini in ordine al fabbisogno finanziario del processo. Non v’è alcun’ altra funzione dello Stato, la quale debba passare avanti alla funzione giudiziaria, e di questa la funzione penale è la guisa suprema. Che finora a questa funzione siano state dedicate minori cure e minori spese che ad altre, senza confronto meno essenziali ·ai fini dello Stato, è ancora uno dei segni manifesti della nostra inciviltà. D’altra parte è ora di smettere, almeno in Italia, il malvezzo di far prevalere il decoro estrinseco della funzione alla intrinseca idoneità dell’organo, che la esercita: avere speso enormi· somme per la costruzione di monumentali palazzi di giustizia lasciando incredibili deficienze tecniche nei tribunali e nei reclusori, io spero che d’ora innanzi non sarà più tollerato” (Il problema della pena, Tumminelli, pag. 78).

Pietro Calamandre nel 1948: tutto è rimasto fermo

Nel 1948 Pietro Calamandrei raccolse in un Volume edito dalla rivista “Il ponte” i contributi di autorevoli voci che descrivevano le situazioni in cui versavano le carceri italiane dell’epoca ed è incredibile dover constatare come tutto sembri essere rimasto fermo. È come se il tempo, in questo settore, non fosse riuscito a scalfire le disfunzioni nonostante i legislatori che si sono succeduti non siano certamente rimasti totalmente inerti.

I 50 anni dalla riforma penitenziaria del 1975

Quest’anno si celebrerà il cinquantesimo compleanno della l. n. 354 del 1975 che ha riformato l’ordinamento penitenziario soppiantando il regolamento carcerario emanato in piena era fascista che, al suo interno, prevedeva norme che, oggi, ci possono apparire in un certo senso assurde, come il fatto che i detenuti dovessero essere chiamati per numero, che agli stessi, per motivi disciplinari, potesse essere somministrato pane e acqua e che, per ragioni di sicurezza, potessero essere anche applicate misure di contenzione.

Tutto questo è stato superato ma, come è stato autorevolmente notato, per molta parte quella legge - che certamente ha fatto passi da gigante rispetto al vecchio regolamento - è rimasta un gran bel libro dei sogni perché, nonostante le numerose prescrizioni che dovrebbero garantire un trattamento penitenziario conforme ad umanità ed in grado di assicurare la dignità delle persone (come, ad esempio, il fatto che gli istituti penitenziari devono essere dotati di locali per le esigenze di vita e di locali per lo svolgimento di attività lavorative, formative; che i locali nei quali si svolge la vita dei detenuti e degli internati debbano essere di ampiezza sufficiente, illuminati con luce naturale e artificiale in modo da permettere il lavoro e la lettura, areati e riscaldati per il tempo in cui le condizioni climatiche lo esigano e dotati di servizi igienici riservati, decenti e di tipo razionale o, ancora, che ai detenuti ed agli internati deve essere assicurato l’uso adeguato e sufficiente di servizi igienici e docce fornite di acqua calda), come si è visto, ci sono ancora detenuti rispetto ai quali questi ‘lussi’ costituiscono ancora un miraggio. Se è vero che la civiltà di un popolo si misura dalla qualità delle sue prigioni piuttosto che da quella dei suoi palazzi (come, secondo taluno, avrebbe detto Voltaire), si dovrebbe provare vergogna anche solo a pensare che oggi vi possano essere cittadini che subiscono trattamenti del tipo di quelli che si sono descritti, oltretutto nel più imbarazzante silenzio dell’opinione pubblica.

L’impegno del Governo Draghi per una riforma

Il 13 febbraio 2021si era insediato il governo Draghi, sostenuto da una coalizione ad ampio spettro a cui avevano preso parte anche quelle stesse forze politiche (si pensi a Lega e M5S) che, cavalcando le onde del populismo, nella precedente legislatura, non avevano mancato di imprimere sul sistema penitenziario le ombre della più violenta deriva giustizialista e securitaria (al governo Conte sostenuto dalla coalizione giallo-verde, infatti, si deve uno dei più aberranti ritocchi all’art. 4-bis della l. n. 354 del 1975 quello apportato attraverso l’art. 1, comma 6, lett. a) e b) della l. 9 gennaio 2019, n. 3, che aveva introdotto nel catalogo dei reati rispetto ai quali trova applicazione lo speciale regime dei divieti di concessione dei benefici penitenziari i reati contro la pubblica amministrazione).

Ebbene, nonostante l’eterogeneità delle forze di sostegno, sin dal momento del suo insediamento, quel governo presieduto dall’ex presidente della Bce aveva lanciato chiari segnali di nuovi impulsi riformatori destinati a riflettersi sul diritto penitenziario e a segnare, almeno nelle intenzioni, una significativa inversione di rotta rispetto alle esperienze del passato. Le linee più chiare di questo nuovo corso possono essere certamente rivenute nelle comunicazioni della ministra della Giustizia, la professoressa Marta Cartabia, sulle linee programmatiche del suo Dicastero in materia di giustizia. Nell’ambito dell’articolato discorso presentato alla 2ª Commissione permanente (Giustizia) del Senato, in data 18 marzo 2021, nel tracciare la mappatura dei “problemi più urgenti e improcrastinabili” da affrontare per riuscire a “contribuire a rispondere almeno ad alcune delle domande di giustizia che ardono in vari ambiti del nostro paese”, la professoressa Marta Cartabia ha rivolto lo sguardo anche alla “fase dell’esecuzione penale” promettendo l’impegno del governo anche in tale settore non solo perché “la qualità della vita dell’intera comunità penitenziaria, di chi vi opera, con professionalità e dedizione, e di chi vi si trova per scontare la pena, è un fattore direttamente proporzionale al contrasto e alla prevenzione del crimine”, ma perché “perseguire lo scopo rieducativo della pena non costituisce soltanto un dovere morale e costituzionale come si legge inequivocabilmente nell’art. 27 della Costituzione - ma è anche il modo più effettivo ed efficace per prevenire la recidiva e, quindi, in ultima analisi, per irrobustire la sicurezza della vita sociale”.

Ed è significativo sottolineare un passaggio della relazione della Ministra e cioè quello che contiene l’invito a rivolgere l’attenzione a quelle linee di pensiero che sempre più si stanno facendo strada a livello internazionale e che vanno nel senso del “superamento dell’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato”, riempiendo così di significato il principio del carcere come “extrema ratio”.

Obiettivi, questi (così sempre la Comunicazione), che si possono realizzare anzitutto valorizzando “le alternative al carcere, già quali pene principali” e restituendo “effettività alle pene pecuniarie, che in larga parte oggi, quando vengono inflitte, non sono eseguite” e sia, in prospettiva di riforma dedicando “una riflessione anche alle misure sospensive e di probation, nonché alle pene sostitutive delle pene detentive brevi, che pure scontano ampi margini di ineffettività, con l’eccezione del lavoro di pubblica utilità” e portando a compimento le “esperienze di giustizia riparativa, già presenti nell’ordinamento in forma sperimentale che stanno mostrando esiti fecondi per la capacità di farsi carico delle conseguenze negative prodotte dal fatto di reato, nell’intento di promuovere la rigenerazione dei legami a partire dalle lacerazioni sociali e relazionali che l’illecito ha originato”.

Un progetto ambizioso, dunque, che oltre ad essere coerente con l’esperienza della Ministra quale Giudice costituzionale (e segnatamente con la iniziative dei Giudici della Corte di incontrare i detenuti ristretti in alcune carceri italiane) e a porsi in ideale continuità con quanto era stato delineato (sebbene, però, solo in parte attuato) dal progetto del Ministro Orlando, ha cercato di vedere molto lontano ipotizzando il superamento della idea stessa del carcere quale strumento preferenziale di ristabilimento dell’ordine giuridico violato a seguito della trasgressione di una norma fondante il patto sociale.

La giustizia riparativa e la decarcerizzazione

Come noto, l’impegno assunto dal governo Draghi di intervenire nel settore della Giustizia ha avuto attuazione con l’approvazione della l. 27 settembre 2021, n. 134 recante Delega al Governo per l’efficienza del processo penale nonché in materia di giustizia riparativa e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari. Essa, in particolare, si è contraddistinta per le numerose direttive che oltre a ridisegnare il codice di procedura penale, passerà certamente alla storia per il primo, vero e, fino ad oggi, unico tentativo di procedere ad una revisione del sistema sanzionatorio penale ispirato a una profonda opera di decarcerizzazione attuata attraverso il ricorso a sanzioni diverse dalla prigione e l’introduzione di una disciplina organica della giustizia riparativa.

Nonostante nella legge delega non fossero previste direttive ad hoc per incidere sul sistema penitenziario, mentre i lavori di approvazione della legge n. 134 del 2021 erano in gestazione, con D.m. 13 settembre 2021 la ministra della Giustizia aveva istituito una Commissione, presieduta dal professor Marco Ruotolo, per l’innovazione del sistema penitenziario con lo scopo di “proporre soluzioni che potessero contribuire a migliorare la qualità della vita nell’esecuzione penale, attraverso interventi puntuali sia sul piano normativo sia in forma di direttive per l’esercizio dell’azione amministrativa, fornendo anche linee utili alla rimodulazione dei programmi di formazione iniziale e in itinere che interessano le professionalità dell’amministrazione penitenziaria e dell’amministrazione della giustizia minorile e di comunità”.

Le speranze per il lavoro della Commissione Ruotolo

In pochi mesi (esattamente il 17 dicembre 2021) la Commissione terminava i lavori presentando un articolato testo contenente varie proposte di modificazione (soprattutto delle norme contenute nel d.p.r. n. 230 del 2000) e un’ampia relazione illustrativa delle varie soluzioni prospettate. Sebbene il lavoro della Commissione possa sembrare limitato (non essendosi essa posta, come espressamente affermato nella relazione, “nella prospettiva della riforma organica dell’ordinamento penitenziario”), cionondimeno essa aveva “individuato gli interventi ritenuti indispensabili per il miglioramento della qualità della vita nell’esecuzione penale, prestando soprattutto attenzione alle attuali previsioni del regolamento penitenziario (d.p.r. 20 giugno 2020, n. 230), nonché elaborando suggerimenti per direttive e circolari amministrative che possano contribuire al raggiungimento dell’obiettivo”. I venti riformistici che sono spirati per diversi anni sul pianeta carcere e che hanno fatto sperare in una soluzione di continuo con il passato, hanno tuttavia subito una (certamente non inaspettata) battuta d’arresto con l’insediamento del nuovo esecutivo.

Il Governo Meloni e il nuovo piano carceri

Il governo Meloni sin dai primi discorsi in materia di giustizia, aveva fatto dichiarazioni di principio molto nette dalle quali era facile intendere che in questo settore non ci sarebbero state significative novità. Il 25 ottobre 2022, nell’intervento alla Camera per la fiducia al nuovo governo, la premier disse che “lavoreremo per restituire ai cittadini la garanzia di vivere in una Nazione sicura, rimettendo al centro il principio fondamentale della certezza della pena, grazie anche a un nuovo piano carceri. Dall’inizio di quest’anno sono stati 71 i suicidi in carcere. È indegno di una nazione civile, come indegne sono spesso le condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria”.

Certezza della pena, suicidi, dignità delle condizioni di lavoro degli agenti; queste le tematiche che il governo ha detto di voler affrontare puntando a un nuovo piano carceri (il precedente, risale al 2010). Un’idea precisa, in totale discontinuità con quelle che avevano ispirato i precedenti esecutivi (che, invece, muovevano dall’idea che il carcere debba essere un’extrema ratio), ribadita anche all’inizio di quest’anno allorquando il presidente del Consiglio, nel corso di una conferenza stampa organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dall’Associazione stampa parlamentare, affermava che “secondo me il modo serio di risolvere il problema (delle condizioni dei detenuti in carcere e il sovraffollamento, ndr) non è l’amnistia o l’indulto ma è un altro: da una parte ampliare la capienza delle carceri e poi stiamo lavorando per rendere più agevole ad esempio il passaggio dei detenuti tossicodipendenti nelle comunità”. Dalla dichiarazione di insediamento ad oggi si è ormai nel bel mezzo della legislatura -in genere considerato un po’ come l’occasione per stilare i primi bilanci dell’attività di governo - ed è dunque giunto il momento per fare qualche considerazione partendo dai dati oggettivi.

Negli ultimi anni il numero dei suicidi è aumentato

Il numero dei suicidi nelle carceri italiane nel corso degli ultimi due anni è continuato a crescere. Nel 2022 i detenuti che si sono tolti la vita sono stati 84; nel 2023 sono stati 68 ma nel 2024 è stata toccata la cifra di 91. Nel 2025, al 9 aprile, i suicidi sono già stati 28 (come riporta la tabella pubblicata da ristretti.it) e se questo trend dovesse mantenersi il numero record delle morti dello scorso anno sarà inesorabilmente superato.

C’è poi il dato allarmante e preoccupante di cui nessuno parla, ma che è altrettanto significativo del disagio (e della disperazione) in cui vive la popolazione carceraria, dei tentativi di suicidio registrati nel 2024, pari a 877 contro gli 821 del 2023. Nonostante vi sia chi nega una correlazione tra la drammatica situazione in cui versano oggi i detenuti e le morti in carcere, negarla è evidentemente solo una ipocrisia se non altro perché è strano che chi si è tolto la vita lo abbia fatto proprio dopo essere entrato in una prigione.

È opinione diffusa (e per chi ha un po’ di dimestichezza con i problemi che affliggono i detenuti anche condivisibile) che, in realtà, una delle principali ragioni per le quali una persona possa decidere di giungere ad un gesto così estremo può essere solo la disperazione e la mancanza di una qualunque speranza di poter vedere una luce in fondo al tunnel nel quale si è inseriti nel momento in cui si è immessi nel circuito penitenziario.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’ultimo discorso di fine anno, nel rievocare che l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ha scelto, come parola dell’anno, “rispetto” e che esso deve essere assicurato “anche per chi si trova in carcere” non ha mancato di ricordare che “l’alto numero di suicidi è indice di condizioni [n.d.r. di vita] inammissibili” in cui versano oggi i detenuti e di raccomandare che “abbiamo il dovere di osservare la Costituzione che indica norme imprescindibili sulla detenzione in carcere. Il sovraffollamento vi contrasta e rende inaccettabili anche le condizioni di lavoro del personale penitenziario. I detenuti devono potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti alla illegalità e al crimine. Su questo sono impegnati generosi operatori, che meritano di essere sostenuti”. Appare chiaro come il monito lanciato dal Capo dello Stato (“abbiamo il dovere”, egli ha detto) sia anzitutto rivolto all’esecutivo e al Parlamento sui quali grava il macigno morale di risolvere la drammatica questione del nostro sistema penitenziario.

Lo studio delle statistiche del ministero della Giustizia sull’andamento dei detenuti restituisce un’immagine impietosa della situazione carceraria. È dal 2004 - tanto per prendere un arco temporale dotato di una significatività - che i detenuti costituiscono un numero stabilmente superiore rispetto alla capienza regolamentare delle nostre prigioni.

Il sovraffollamento è superiore al 130 per cento

Va detto che i posti disponibili nei 189 istituti penitenziari italiani si attestano stabilmente intorno alle 47 mila unità. Alla data del 31 gennaio di quest’anno (vale a dire all’ultimo aggiornamento disponibile sul sito del ministero della Giustizia) i detenuti presenti sono circa 62 mila unità, 4 mila in meno rispetto alla quota che, nel 2013, aveva dato luogo alla clamorosa (e vergognosa) condanna dell’Italia nel noto caso Torreggiani. Anche all’epoca, la capienza regolamentare delle carceri italiane era fissata in 47 mila posti. Attualmente, dopo 15 anni (e dopo un precedente piano carcere), negli atti ufficiali si afferma che la capienza sia di 51 mila posti ma, in realtà, quella regolamentare è sempre di 47 mila posti per un indice di sovraffollamento pari al 130,59%. Con queste strutture (e con queste risorse), se nel 2013, in occasione della storica sentenza, la fatidica soglia che dette luogo alla condanna dell’Italia da parte della Cedu era quella di 66 mila unità, tenuto conto del tasso di aumento che si è registrato in questi anni (oltre le 2000 unità ogni anno), entro un paio di anni essa sarà superata. Come detto, la strategia messa in campo dal Governo per affrontare questa emergenza è quella di realizzare nuove carceri.

La premier Meloni, sul punto, è stata chiarissima “La mia idea non è che questo [n.d.r.: il modo serio di risolvere il problema] si debba fare adeguando il numero dei detenuti o i reati alla capienza delle carceri” (cosa che, detto per incidens, sembrerebbe l’unica praticabile) “ma adeguare la capienza delle carceri alle necessità”. In poche parole, la risposta è quella di realizzare nuove prigioni.

Per far fronte alla grave situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari con l’art. 4-bis del d.l. 4 luglio 2024, n. 92 conv. l. 8 agosto 2024 n. 112 è stata prevista la nomina di un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria “individuato tra soggetti esperti nella gestione di attività complesse e nella programmazione di interventi di natura straordinaria, dotati di specifica professionalità e competenza gestionale per l’incarico da svolgere”.

Con decreto 19 settembre 2024, il Presidente del Consiglio dei ministri ha designato come Commissario Straordinario il dottor Marco Doglio il quale, a mente del citato art. 4-bis, al fine di aumentare la capienza degli istituti e di garantire una migliore condizione di vita dei detenuti dovrebbe compiere - ovviamente nel limite delle risorse disponibili - tutti gli atti necessari per la realizzazione di nuove infrastrutture penitenziarie nonché delle opere di riqualificazione e ristrutturazione delle strutture esistenti.

Il Commissario Straordinario, per legge, dura in carica sino al 31 dicembre 2025 e entro questo termine, egli dovrebbe in una prima fase (entro centoventi giorni dalla sua nomina), predisporre un programma dettagliato degli interventi necessari e, quindi, in quella successiva, provvedere all’attuazione del programma stesso mediante: interventi di manutenzione straordinaria, ristrutturazione, completamento e ampliamento delle strutture penitenziarie esistenti; realizzazione di nuovi istituti penitenziari e di alloggi di servizio per la polizia penitenziaria, destinazione e valorizzazione dei beni immobili penitenziari. Il Presidente del Consiglio dei ministri, nella richiamata conferenza stampa, ha dichiarato che da questo intervento normativo si attende di poter realizzare 7000 nuovi posti in 3 anni a partire dal 2025. Tenuto conto del tasso di incremento della popolazione carceraria (e dell’eccessivo ottimismo con il quale si quantificano i tempi di realizzazione delle opere pubbliche: 3 anni), ognun vede come la prospettata riforma nasca già morta visto che i 7 mila nuovi posti possono fronteggiare, tutt’al più, il fabbisogno presente. A fronte, infatti, del tasso di crescita della popolazione carceraria (e del numero di 47 mila di capienza regolamentare), quando i nuovi 7 mila posti saranno disponibili, il numero dei detenuti sarà superiore a quello regolamentare.

Con quali fondi saranno realizzati i nuovi posti?

Ma la domanda che tutti si pongono è: con quali soldi il governo pensa di realizzare questi interventi? Non certo con i fondi del Pnrr. Il piano di ripresa e resilienza, infatti, deve finanziare iniziative di crescita dell’economia del Paese con l’auspicio che con l’incremento del prodotto interno si producano le risorse necessarie per ripagare i debiti. La giustizia, purtroppo, non è propriamente un settore che produce Pil (come potrebbero esserlo le strade, le ferrovie, le infrastrutture informatiche che, raccorciando le distanze ed i tempi, possono certamente favorire lo sviluppo economico).

Occorrerà, pertanto, fare luogo alle normali fonti di finanziamento della spesa pubblica e, a tale riguardo, con quattro conti si può constatare che per costruire un carcere (senza considerare i costi della successiva gestione), occorrono circa 100 mila euro per detenuto.

Va, infatti, ricordato che nel 2010, a conclusione del piano carceri, era stata quantificata la somma necessaria per la creazione di nuovi 9.150 posti detentivi (le previsioni iniziali parlavano di nuovi 18.000 posti, ma poi, all’epoca, si dovette deviare per una più modesta soluzione) in 675 milioni di euro (oltre 77 mila/euro a detenuto).

Più recentemente, secondo quanto riportato da Ristretti Orizzonti, in un articolo apparso in data 19 gennaio 2023, a commento della notizia della imminente costruzione di un nuovo Istituto di pena nella Regione Marche, si è riportato che per “Costruire un carcere da 250 posti circa 25 milioni di euro”, vale a dire 100 mila/euro per detenuto. Se così stanno le cose, è evidente che per realizzare l’obiettivo perseguito dalla premier si dovrebbe prevedere un impegno di spesa di 700 milioni di euro. Una cifra enorme, se si pensa che l’ultima manovra finanziaria è stata di 24 miliardi di euro.

Va soggiunto, peraltro, che si tratta dei soli costi per la costruzione delle mura, perché, poi, ad essi devono aggiungersi quelli concernenti il personale ed il mantenimento dei detenuti. A quest’ultimo proposito si deve rammentare che, secondo i dati pubblicati da Antigone, ogni giorno i detenuti costano 10 milioni di euro per un totale di quasi 3,8 miliardi di euro all’anno. E anche a questo proposito v’è da aprire un altro capitolo, perché i costi da programmare non sono solo quelli sin qui considerati.

Recentemente, l’ex Capo Dap Giovanni Russo, nel corso di un’audizione in Commissione giustizia alla Camera, ha sottolineato che l’organico della Polizia Penitenziaria è scoperto del sedici per cento: su 42.850 unità gli agenti presenti in servizio sono solo 35.717. Il d.l. 92 del 2024, al fine di incidere più adeguatamente sui livelli di sicurezza, di operatività e di efficienza degli istituti penitenziari e di incrementare maggiormente le attività di controllo dell’esecuzione penale esterna, ha autorizzato l’assunzione straordinaria di un contingente massimo di 1.000 unità di agenti del Corpo di polizia penitenziaria che, tuttavia, è ben lungi dal colmare l’”enormità” (per utilizzare il termine con il quale il dottor Giovani Russo ha qualificato il problema) della scopertura (che, a conti fatti, è del circa 7 mila unità). A questo punto v’è quanto basta per chiedersi se effettivamente la strada intrapresa, quella, cioè, di costruire nuove carceri, sia in grado di risolvere la problematica del sovraffollamento o se, invece, essa non sia l’ennesimo atteggiamento demagogico posto in essere sulla pelle dei carcerati.

Che giudizio dare per l’ambizioso progetto del nuovo Governo?

Purtroppo, nonostante le promesse e la buona volontà (certamente manifestata attraverso la nomina del commissario straordinario) non c’è da essere troppo ottimisti. Ad oggi, non risulta ad esempio presentato il programma che il d.l. aveva demandato al Commissario di predisporre entro 120 giorni dalla sua nomina. Le somme per la costruzione dei nuovi istituti penitenziari non sembrano essere state stanziate e c’è il rischio che, come in passato, le riforme promesse non trovino realizzazione e che tutto rimanga così com’è. Purtroppo, è una costante del nostro Paese, viste le denunce che da oltre un secolo vengono presentate sulle condizioni delle strutture carcerarie del Paese, che i problemi dai quali esse sono afflitte debbano rimanere irrisolti.

Fino ad oggi, nonostante i piani carceri, i commissari che si sono succeduti, sembra che il tempo, in questo settore, si sia fermato e che i governi non siano mai stati capaci di risolvere alla radice il male che, in definitiva, oltre che sui singoli detenuti, ha ricadute sull’intero sistema e, non da ultimo, sulle irrinunciabili istanze di sicurezza che - sia ben chiaro - devono essere sempre tenute in massima considerazione da chiunque intenda affrontare le varie questioni a partire da quella del sovraffollamento. Nessuno, infatti, auspica soluzioni ispirate a un semplicistico buonismo. Certamente le amnistie e gli indulti non sono soluzioni ottimali anche perché è evidente che non curano il male. Tuttavia, i provvedimenti di clemenza, in molti casi, come quelli che si presentano in questo periodo storico, costituiscono soluzioni irrinunciabili quantomeno per lenire i sintomi. Essi, soprattutto, si impongono come rimedio allorquando accompagnati da progetti di riforma (come quelli che si vorrebbero realizzare) e che, altrimenti, rischiano di naufragare sul nascere sotto il peso della pregressa situazione che si trascina nel tempo. A proposito di questi progetti, quello che nei programmi dell’esecutivo sembra difettare è una visione più mirata sulle cause del male al fine di attuare il principale obiettivo che, secondo la Costituzione, dovrebbe essere effettivamente perseguito attraverso l’irrogazione della pena.

È banale ripeterlo, ma il costituente ha individuato quale principale finalità di un qualunque trattamento sanzionatorio quella della rieducazione. Sin dai tempi di Seneca, infatti, nemo prudens punit quia peccatum est, sed ne peccetur e questo è quello che, oggi, un ordinamento civile deve pretendere dal sistema penale e che, purtroppo, non si realizza magicamente solo attraverso la costruzione di nuove prigioni.

Se anzitutto non si persegue questo obiettivo, riorganizzando i sistemi di trattamento punitivi nel loro complesso ed attuando un serio studio sulle cause del crimine e di quelle della recidiva (problematiche con riferimento alle quali non esistono dati ufficiali), le carceri non basteranno mai anche perché è quasi fatale che aumenti la popolazione carceraria in un momento storico, come quello che si sta vivendo, caratterizzato da grandi fenomeni di immigrazione (non è casuale che il tasso di crescita della popolazione carceraria corrisponda a quello dell’aumento dei detenuti stranieri) e da una continua creazione di fattispecie criminose. In questo contesto, piuttosto che sulla repressione, è sulla prevenzione (realizzata attraverso l’attuazione di misure, non solo di tipo carcerario, che realizzino effettivamente il finalismo rieducativo della pena) che si dovrebbe investire per cercare, da un lato, di far diminuire il tasso di crescita della popolazione detenuta e, dall’altro, per razionalizzare le risorse economiche a disposizione e valorizzare il patrimonio edilizio esistente.

*Per gentile concessione di “(in)Giustizia, Parola alla difesa”, Camera Penale di Cosenza