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di Irene Perfetti

onehealthfocus.it, 23 settembre 2025

Con circa 63mila detenuti e un tasso reale di sovraffollamento del 134,3%, che in otto istituti raggiunge il 200%, le carceri italiane sono una bomba sanitaria e sociale. Ne parla Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio dell’Associazione Antigone. Il carcere è da sempre una comunità fragile, ma oggi la crisi ha raggiunto livelli mai visti. Secondo le Statistiche penali annuali del Consiglio d’Europa (Space I), un terzo delle amministrazioni penitenziarie del continente affronta ancora il problema del sovraffollamento: Slovenia, Cipro, Francia, Italia, Romania e Belgio sono maglia nera per tassi di riempimento.

Un dato che va oltre il 113%, con l’Italia che conta 118 detenuti per 100 posti disponibili e un aumento del 7,8% in un solo anno. In tutto il continente, al 31 gennaio 2024 erano detenute oltre un milione di persone, con una media di 105 detenuti ogni 100.000 abitanti.

La fotografia delle carceri italiane - Anche l’Associazione Antigone, che da oltre 30 anni monitora le carceri italiane e promuove trasparenza, riforme e rispetto dei diritti fondamentali di chi vi è detenuto, ha scattato una fotografia impietosa nel suo ultimo rapporto, intitolato - appunto - “L’emergenza è adesso”. Al 30 giugno 2025 i detenuti erano 62.728, a fronte di una capienza regolamentare di 51.276 posti, di cui oltre 4.500 indisponibili. Il tasso reale di affollamento è al 134,3%, con 62 istituti sopra il 150% e otto addirittura al 200%, tra cui San Vittore, Foggia, Lodi e Regina Coeli. In oltre un terzo delle carceri visitate non sono garantiti nemmeno 3 metri quadrati a persona.

Salute mentale: un problema da non sottovalutare - Ma dietro i numeri ci sono corpi e vite: ore passate in celle bollenti, che d’estate raggiungono i 37 gradi, con ventilatori a pagamento e accessi all’acqua limitati. Mancano medici di notte in quasi trenta istituti, e anche se i concorsi sono stati banditi, il personale sanitario non basta. La conseguenza è una catena di sofferenze che si riflette in dati drammatici: il 14,2% delle persone detenute ha una diagnosi psichiatrica grave, più di un quinto assume stabilizzanti, antipsicotici o antidepressivi. Ogni 100 detenuti si contano 22,3 atti di autolesionismo e 3,2 tentativi di suicidio. I suicidi registrati da inizio anno sono 45, il dato più alto di sempre dopo il 2024. La crisi riguarda anche i minori. Dopo il Decreto Caivano, la popolazione negli IPM è aumentata del 50% in meno di tre anni. Più del 60% dei ragazzi è ancora in attesa di giudizio e non mancano casi di trasferimenti negli istituti per adulti. Si dorme su materassi a terra, le ore d’aria mancano, e il ricorso agli psicofarmaci cresce in modo preoccupante.

Il carcere non è un mondo separato. La salute di chi sta dentro riguarda chi sta fuori: malattie infettive, disagio psichico, recidiva, reinserimento. Ogni ritardo, ogni mancanza, ha ripercussioni sulla comunità intera. Oggi le misure alternative esistono ma restano poco applicate: oltre 23.000 detenuti con pena residua inferiore a tre anni potrebbero già accedere a percorsi esterni, ma restano in cella. 

Il risultato è un sistema che non garantisce diritti fondamentali e che tradisce la finalità costituzionale della pena. Parlare di salute in carcere significa parlare di salute pubblica, e della necessità di costruire un ponte tra il dentro e il fuori: un ponte che oggi appare fragile, ma che è l’unica via per non lasciare indietro nessuno. Sul tema, One Health ha intervistato in esclusiva il dottor Alessio Scandurra, Coordinatore dell’Osservatorio di Antigone e curatore del report “L’emergenza è adesso”.

Il vostro rapporto fotografa un affollamento medio del 134,3%, con punte fino al 190%. Quali sono gli effetti più immediati sulla salute dei detenuti?

“La salute è il tema centrale: la maggior parte delle segnalazioni che riceviamo dai detenuti riguarda proprio questo. Il sovraffollamento peggiora ogni condizione materiale: meno spazio, meno movimento, meno aria. E poi ci sono le celle dove si fuma: più persone ci sono, peggiore diventa la qualità dell’ambiente. Ma c’è anche un aspetto meno visibile: tutte le risorse - non solo lo spazio - devono essere distribuite su un numero maggiore di persone. In carcere spesso c’è solo il medico di sezione, e questo significa meno attenzione per ciascun detenuto e meno tempo per accompagnarli alle visite specialistiche. Tutto si fa più complicato”.

Quindi il carcere non riesce a garantire da solo un servizio sanitario adeguato?

“In generale no. Alcuni istituti grandi hanno qualche specialista, quelli piccoli quasi nessuno. Macchinari per esami non ce ne sono, quindi molti accertamenti si fanno all’esterno. Ma spesso le visite saltano, soprattutto per carenza di personale o perché le traduzioni per i processi hanno la precedenza. Così si sprecano slot, con frustrazione per detenuti, medici interni e strutture esterne. E a questo si aggiunge il grande tema della salute mentale”.

Nel rapporto citate celle sotto i 3 metri quadrati a persona, temperature fino a 40 gradi, ventilazione scarsa, accesso all’acqua limitato. Che conseguenze hanno queste condizioni?

“Il carcere è da sempre una comunità fragile sul piano epidemiologico. Ci sono malattie come tubercolosi e scabbia, che fuori quasi non si vedono più. Con il Covid i tassi di contagio sono stati simili a quelli esterni: alcuni istituti hanno retto bene, altri hanno visto una diffusione più rapida una volta entrato il virus. Ma il carcere, nel bene e nel male, ha una certa familiarità con la prevenzione delle malattie infettive proprio perché queste patologie sono presenti”. 

Quali sono oggi le patologie più diffuse?

“Le stesse dell’esterno, ma con caratteristiche particolari: la popolazione detenuta è più anziana rispetto al passato, ci sono molte dipendenze e tante persone che prima dell’ingresso non avevano rapporti col sistema sanitario. Tutto questo si traduce in una domanda di salute molto elevata, soprattutto mentale. Le carceri sono probabilmente le più grandi comunità psichiatriche dei territori in cui si trovano. Penso a San Gimignano, dove le risorse sanitarie locali sono limitate ma il carcere ospita centinaia di persone con bisogni altissimi”.

Piccoli dettagli possono diventare micce di tensione?

“Certamente. Ogni aspetto può generare conflitto. A Avezzano, ad esempio, un lato dell’istituto è esposto a ponente e l’altro a levante: d’estate chi sta a ponente soffre molto di più il caldo e chiede di cambiare cella. Ma quando i detenuti sono troppi, queste esigenze non possono essere accolte e i “no” accumulati fanno crescere la tensione”.

Nel vostro report si parla di un forte ricorso agli psicofarmaci. Perché?

“Non sempre si tratta di cure vere e proprie. Spesso gli psicofarmaci vengono utilizzati come sedativi, per mantenere la calma e l’ordine. I detenuti li chiedono per dormire o perché sono abituati a farne uso. I medici sono comprensibilmente cauti, perché non sempre il profilo clinico lo giustifica e perché queste sostanze possono avere effetti negativi nel lungo periodo. Un medico minorile ci raccontava che almeno metà delle risse scoppia quando il farmaco viene negato. Il consumo è enorme, ma non coincide con l’entità del disagio psichiatrico”.

E poi ci sono i suicidi e gli atti di autolesionismo, che hanno raggiunto livelli mai visti...

“Purtroppo sì. In carcere, quando si è arrabbiati e privi di strumenti, è frequente prendersela col proprio corpo. Tra gli stranieri incidono anche la barriera linguistica e la scarsa conoscenza delle regole del sistema. Il dato più inquietante è che oggi i suicidi sono a un picco storico pur non essendoci il sovraffollamento massimo di dieci anni fa, quando arrivammo a 69mila detenuti. Segno che ci troviamo davanti a una difficoltà più ampia, che va oltre la densità: bisogni nuovi, servizi - specie quelli di salute mentale - indeboliti dal Covid, e una capacità di risposta ridotta”. 

Sul fronte minorile che cosa sta accadendo?

“Lì l’effetto del “decreto Caivano” è evidente: più ingressi e permanenze più lunghe. Gli operatori ci dicono che l’utenza è cambiata: è più difficile intercettare i ragazzi e proporre percorsi che loro stessi percepiscano come utili. I ragazzi cambiano, noi meno: continuiamo a proporre risposte che funzionano peggio di ieri. Pesano anche l’aumento dei minori stranieri non accompagnati e, parallelamente, il ridimensionamento dei servizi a loro dedicati. Così gli IPM si riempiono non dei ragazzi che hanno commesso i reati più gravi, ma di quelli più difficili da collocare. I numeri restano piccoli, ma sono quasi raddoppiati in pochi anni. E la sensazione è che non sia un effetto casuale, ma una scelta politica precisa”.

Quindi anche il reinserimento è più difficile?

“Proprio così. Se i numeri salgono, è più difficile conoscere i ragazzi e quindi trovare la risposta giusta per ciascuno (si parla, infatti, di “individualizzazione”). È un po’ il tema della certezza della pena: credo che il nostro stesso ordinamento sia nemico di questa idea. Le pene sono uguali per gli stessi reati, ma già dal giorno successivo alla condanna ciascuno deve scontare la “propria” pena, quella più utile per arrivare a un certo scopo.

Le comunità minorili (che sono miste, per evitare i “ghetti penali”) sono meno attrezzate: a causa di rette ministeriali basse c’è meno personale e meno qualificato. Allora la comunità meno attrezzata cerca di evitare gli utenti più complessi. Il risultato è che gli IPM si riempiono non di chi ha commesso i reati più gravi (come si pensa comunemente), ma dei ragazzi più difficili da collocare”.

Quali sono, per concludere, le emergenze vere e proprie?

“La prima è fermare i numeri. Serve un provvedimento straordinario che blocchi la crescita e riduca le presenze. Poi bisogna ripensare il sistema, perché il sovraffollamento è alimentato soprattutto dalla recidiva: molti detenuti ci sono già stati più volte, alcuni (il 18%) anche cinque o più. È difficile spezzare questi percorsi, ma non impossibile. L’ordinamento penitenziario non prevede solo la detenzione, ma anche scuola, lavoro, formazione, percorsi individualizzati. Sono strumenti che oggi non vengono utilizzati abbastanza. Se dai qualcosa, le persone sono meno disperate e più collaborative. Ma con più di 60mila detenuti e istituti che arrivano al 200% della capienza, prima di tutto bisogna uscire dall’emergenza”.

Come lavora Antigone per monitorare la situazione e garantire trasparenza?

“Oltre all’Osservatorio, abbiamo il Difensore civico: un ufficio a Roma e una rete di volontari in tutta Italia che seguono i casi individuali. Cerchiamo sempre medici volontari, perché fanno la differenza. Una volta l’anno il Ministero della Giustizia autorizza una lista di nostri osservatori a visitare le carceri: concordiamo la visita col direttore, incontriamo il personale, giriamo l’istituto. L’obiettivo è garantire trasparenza. Oggi il sistema è più aperto di ieri e questo aiuta anche gli enti locali a capire il carcere sul proprio territorio. Durante le visite emergono problemi specifici, che segnaliamo alle autorità competenti o, se serve, alle procure”.

In che modo provate a coniugare diritti, salute e condizioni di vita?

“La qualità del carcere dipende molto dal rapporto con la comunità esterna: l’edificio conta relativamente, quello che cambia è la ricchezza delle relazioni con la città. L’Italia resta uno dei sistemi più trasparenti in Europa: ogni giorno entrano persone con competenze diverse e questo, almeno nei periodi non di crisi, contribuisce a ridurre la tensione. Accanto a questo, abbiamo sportelli informativi e progetti di ricerca. E c’è un lavoro costante di restituzione: tutte le informazioni raccolte devono circolare tra i nostri attivisti e diventare patrimonio comune, non di chi le ha raccolte. È faticoso, ma utile per la comunità esterna. Chi si occupa di carcere vede molte sconfitte e celebra poco le vittorie: è una “disgrazia del mestiere”. Ma continuiamo, perché l’emergenza è adesso e il primo dovere è fermare i numeri, poi fare davvero ciò che la legge già prevede”.