di Giorgia Cacciolatti
La Repubblica, 6 marzo 2022
Un’opera corale che riflette sulle possibilità di infrangere le pareti dei reclusori e rieducare alla vita i detenuti. Il volume (edito da Il Saggiatore) nasce all’interno di laboratorio di scrittura creativa condotto nell’istituto di pena di Frosinone. Una testimonianza della potenza liberatoria e rigenerante della fantasia.
“Letteratura d’evasione - Scritti dei detenuti del carcere di Frosinone” è un piccolo, ma grande, miracolo. Nasce nel 2020 dal laboratorio di scrittura ideato da Ivan Talarico, cantautore, poeta e teatrante, inserito all’interno del progetto Fiorire nel pensiero curato e ideato da Federica Graziani, dell’Associazione A Buon Diritto.
Un progetto ardito. Il volume raccoglie le operette settimanali di sedici detenuti. L’idea originale era quella di realizzare delle copie da distribuire all’interno del carcere, ma resisi conto della qualità degli elaborati hanno deciso di trovare una destinazione editoriale. All’interno degli istituti penitenziari - dove, spiega Federica Graziani, esistono profonde differenze tra le realtà cittadine, come Rebibbia, e quelle di provincia, come appunto Frosinone - ci sono naturalmente dei laboratori di scrittura creativa, ma nulla o quasi filtra fuori dalle mura del carcere.
Il corso di scrittura creativa. Il laboratorio è stato impostato sull’attenzione di gruppo, sulla lettura e alcuni temi da sviluppare in forma scritta (l’autobiografia e la biografia, il racconto breve, la poesia, i giochi letterari, i metodi creativi, i generi letterari, e altri ancora) da sviluppare per iscritto, privilegiando il racconto dell’esperienza personale, indirizzandolo verso una sorta di autoanalisi ansiolitica. I testi sono stati presentati con pochissime correzioni rispetto alle copie autografe, nell’ottica di non soffocare la spontaneità della scrittura, alcuni errori sono stati conservati nella loro bellezza originaria, e libera.
Riflessioni sulla reclusione e la propria liberazione. Libertà e possibilità della scrittura da un lato, il sistema soffocante e restrittivo di una vita in detenzione che annulla lo spirito e il corpo, dall’altro. Da questa insita dicotomia nasce Letteratura di evasione e di essa si nutre. Come spiegato dagli autori nell’introduzione, quello della scrittura è “un atto di liberazione che non infrange la legge”, perché l’emancipazione dall’ambiente coercitivo della cella non si traduce nella sottrazione alla pena ma nel renderla meno dannosa per l’individuo detenuto che, per legge, perde alcuni diritti, ma non certo tutti.
Il distacco dalla condizione attuale. Il punto di partenza è il racconto autobiografico per arrivare, uscendo dal proprio “io” alla costruzione di un intreccio fantastico. Dall’introspezione iniziale fino a giungere, grazie alla parola scritta e alla forza dell’immaginazione, ad una rivoluzione personale e sociale che sfocia nell’evasione da quella che in carcere rappresenta l’unica, claustrofobica, dimensione esistenziale del detenuto, quella del delitto. “Letteratura d’evasione è sia quella che consente al detenuto-lettore di emanciparsi dalla claustrofobia mentale e fisica delle sbarre, delle porte blindate, degli spazi coatti - scrive Luigi Monconi che, assieme ad Alessandro Bergonzoni si è occupato delle prefazioni del volume - sia quella prodotta dal detenuto-scrittore. Ovvero da chi, nella prigione psicologica e materiale, ha trovato uno spiraglio per prendere aria, per sgranchire gambe e braccia, per conquistare una porzione di autonomia e di libertà”.










