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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 1 aprile 2026

Andrea Piazzoli, consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Toscana: “Bisogna ripensare il carcere e iniziare a considerarlo come un ecosistema umano. Servono investimenti sugli spazi e sul supporto psicologico”. Il sovraffollamento “non è solo un problema logistico, ma un fattore che alimenta la violenza e il disagio mentale all’interno degli istituti penitenziari. Se non si interviene in modo strutturale non potrà che peggiorare”. “A rischio anche la salute mentale di chi lavora in carcere, non solo dei detenuti. Servono investimenti sugli spazi e su supporto psicologico”.

I segnali di una sofferenza psichica profonda - 581 detenuti e 366 posti letto, 640 episodi di autolesionismo, 368 deferimenti all’autorità giudiziaria, 50 tentativi di suicidio, 49 episodi di aggressione agli agenti, tre suicidi. E ancora, 368 deferimenti all’autorità giudiziaria, 215 perquisizioni e 51 sequestri: 22 telefoni e 29 relativi a stupefacenti. È la fotografia del carcere di Sollicciano nel 2025, dai numeri forniti dalla polizia penitenziaria. “Tutti i dati e le ricerche di taglio psicologico”, continua Piazzoli, “mostrano chiaramente che ambienti sovraffollati aumentano i livelli di stress, l’aggressività e i conflitti, con un impatto diretto sulla salute mentale delle persone detenute e su chi lavora all’interno delle strutture. Gli episodi di autolesionismo e i tentativi di suicidio non sono solo numeri, ma segnali di una sofferenza psichica profonda, che rischia di aggravarsi ulteriormente in assenza di interventi strutturali sugli spazi, sul sostegno alla persona e alle sue relazioni, sulla formazione e sull’organizzazione della vita detentiva”.

Gestire l’emergenza costa molto di più del fare prevenzione - “Oggi noi spendiamo tantissimo per situazioni emergenziali, proprio in termini economici: gestire l’emergenza costa molto di più del fare prevenzione. C’è tutta una serie di fattori ambientali, di cui noi sappiamo per una vasta letteratura scientifica (psicologica e non solo), che fanno sì che la salute mentale delle persone si riduca all’interno delle carceri sia per i dipendenti sia per i detenuti. Queste condizioni materiali portano le persone a stare peggio”, prosegue Piazzoli, “a partire dalla luminosità. Con poca esposizione solare durante il giorno è molto più probabile che, quando escono, siano meno riabilitate, che rischino la recidiva e che sia difficile che riescano ad avere una vita dignitosa”. “Il carcere, con la riduzione di posti e di spazi per la socialità, e i problemi legati alla salute mentale, è punitivo e si svuota della sua funzione riabilitativa. Investirci di più”, continua Piazzoli, “riuscire a dare un po’ di dignità alle persone detenute consentirebbe, da un lato, di spendere meno, dall’altro di dare quel benessere necessario per la funzione, dettata dalla Costituzione, che dovrebbe avere”.

Considerare il carcere come un ecosistema umano - “Serve un cambio di paradigma”, sottolinea il consigliere dell’Ordine toscano, “che metta davvero al centro la salute mentale come asse portante del sistema penitenziario, riconoscendo che il benessere psicologico non è un elemento accessorio ma una condizione necessaria per la sicurezza, la convivenza e la riduzione della recidiva. Questo significa investire da subito in ambienti adeguati, in spazi che riducano la deprivazione e favoriscano relazioni più sane, ma anche rafforzare in modo significativo servizi e percorsi psicologici, e la formazione e il supporto continuativo alle persone detenute”.

“Bisogna ripensare il carcere e iniziare a considerarlo come un ecosistema umano, dove c’è uno spazio delle relazioni, dei significati che si intrecciano. L’idea di avere delle strutture più organizzate per comunità, che siano ambienti meno deprivati, non è un’utopia. In alcuni Paesi europei ci sono dei modelli già sperimentati e concreti in termini di riduzione della recidiva e miglioramento del benessere, che funzionano molto bene”, spiega Piazzoli. “Penso ad alcune nazioni del nord Europa, dove sono state fatte delle sperimentazioni in piccole comunità, ovviamente con una spesa più alta, però riducono enormemente la probabilità di recidiva e aumentano la probabilità di reinserimento sociale. Il fatto che si deteriori la salute mentale delle persone detenute e che si sviluppino psicopatologie costa tantissimo allo Stato: più si investe prima, meno bisogna spendere in maniera emergenziale dopo”.

Nella casa circondariale di Sollicciano, per una popolazione carceraria di 583 detenuti, gli educatori effettivi sono nove, a fronte di 11 previsti (dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 24 marzo 2026). “Si sta negando un diritto che consentirebbe di investire sulla sicurezza collettiva”, dice Piazzoli. “Oltre al fatto che gli educatori non sono sufficienti, il problema è che lavorano isolati: non c’è un’attività strutturata a livello nazionale per l’inserimento di queste figure nelle carceri. Sarebbe importante iniziare ad aprire localmente degli sportelli psicologici adeguati, che consentano un supporto alle persone detenute, che vivono degli alti gradi di disagio, per tanti motivi”.