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di Luca Rinaldi

milanotoday.it, 13 giugno 2022

Il carcere è un mondo, chi ci vive da detenuto e chi ci lavora come agente o educatore merita tutela ed è venuto il momento di scegliere che modello vogliamo.

Da anni regolarmente si sente tornare l’espressione “emergenza carceri”. Niente di nuovo nel Paese delle emergenze, e che con il cappello dello stato emergenziale ha persino organizzato eventi come il G8, i mondiali di nuoto, e, per restare a Milano, Expo 2015. L’eccezionalità che permette di andare in deroga alle normative e percorrere strade altrimenti precluse dall’applicazione del diritto. Quando però un’emergenza rimane tale per anni è forse ora di mandare in soffitta una simile locuzione e accettare che siamo davanti a uno stato di cose per cui è necessario fare azioni nell’ordinario della quotidianità per cercare di risolvere la situazione.

Le carceri in Italia scoppiano, non lo scopriamo di certo oggi, tanto che il numero dei detenuti presenti è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, raccontandoci che ci sono circa 8 mila detenuti in più rispetto alle capienze regolari e che ogni anno muoiono di carcere circa 130 persone, di cui poco più di 50 per suicidio. Due recentissimi a San Vittore sono l’ennesima prova. Ma il sovraffollamento e le morti sono solamente conseguenze di cause più profonde che devono essere affrontate da un sistema intero, dalla politica (nazionale ma anche e soprattutto locale) alla giustizia, passando per le forze dell’ordine, gli educatori e tutti i corpi intermedi. Perché il carcere è un mondo che non si può far finta di non vedere solo perché alte mura ci separano da un universo.

A partire da oggi dedicheremo alcuni approfondimenti e inchieste al tema perché dietro ai numeri ci sono sempre le persone con le loro storie, il loro vissuto, e soprattutto la necessità di uscire dalla detenzione con l’opportunità di poter vivere nel mondo fuori. Perché nel viaggio che stiamo compiendo per raccontare quello che c’è dietro le sbarre, si vedono ancora troppo poche possibilità per continuare la vita fuori. Un dato su tutti che racconteremo nei prossimi giorni: i novanta educatori presenti in Lombardia chiamati a occuparsi di settemila detenuti. Tutto in barba alle stesse circolari ministeriali con punte che vedono istituti di pena in cui si conta un educatore ogni 193 detenuti.

Il momento di decidere quale sistema vogliamo è sempre quello buono: abbandonare ogni ipocrisia e dire chiaramente che il sistema punitivo e securitario è quello che si vuole perseguire fregandosene della Costituzione, oppure sforzarsi di indirizzare gli sforzi verso istituti di pena più civili in grado di dare un futuro ai detenuti, e un lavoro più sicuro e sereno anche a educatori e agenti penitenziari. Proprio perché il carcere è un mondo a chi sta fuori spetta il compito anche di prendersi cura di chi è dentro, chiunque sia e qualunque lavoro faccia.

Perché è inutile avere eccellenze sul territorio buone per cerimonie e conferenze, mentre a qualche chilometro di distanza morti e violenze sono all’ordine del giorno. Eppure, come vedremo, anche nelle scelte in vista delle spese del Pnrr sembra che l’investimento viri sempre di più nella sola ottica securitaria anziché nell’investimento volto al recupero del detenuto. Certo l’impresa non è facile, ma comprendere almeno la direzione in cui si vuole andare è fondamentale per la società tutta e non solo per un tema di civiltà giuridica. Per evitare di continuare a chiamarla emergenza e occuparsene solo quando si verificano eventi critici.