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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 14 maggio 2026

Garanti, magistrati e avvocati penalisti contro la bozza Nordio che svuota il ruolo dei direttori e attua la militarizzazione. C’è una bozza di decreto ministeriale che circola nei corridoi del Ministero della Giustizia e che, se approvata così com’è, cambierebbe in profondità l’architettura del sistema penitenziario italiano. Non è ancora legge, ma è già abbastanza concreta da aver scatenato una levata di scudi trasversale: dirigenti penitenziari, magistratura ordinaria, Unione delle Camere Penali e, ora, l’intera Conferenza Nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale. Il portavoce della Conferenza, Samuele Ciambriello, anche Garante della Regione Campania, non usa giri di parole: “La bozza di decreto ministeriale che sta circolando non è un semplice aggiustamento di uffici, ma è il tentativo maldestro di realizzare un disegno contrario alla nostra Carta Costituzionale”.

Il punto di partenza è il D.P.R. n. 189 del 21 novembre 2025, approvato su proposta del ministro Nordio. Quel decreto ha inserito nel Dap due nuove direzioni generali dedicate alla Polizia penitenziaria: una per le specialità del Corpo, una per i servizi logistici e tecnici. Il nodo non è tanto la nascita di queste strutture, ma la bozza attuativa che le riempie di contenuto. Secondo lo schema in discussione, reparti come il Gom (Gruppo Operativo Mobile), il Gio (Gruppo di Intervento Operativo), il Nic (Nucleo Investigativo Centrale) e l’Uspev passerebbero dalla dipendenza diretta del Capo del Dipartimento a quella del nuovo Direttore Generale delle specialità del Corpo. Non è una questione di nomi. Significa che strutture operative e sensibili, incluse quelle che gestiscono i detenuti sottoposti al regime del 41-bis, verrebbero sottratte alla supervisione civile per essere affidate a una catena di comando interna alla polizia penitenziaria. Per Ciambriello questo equivale a “scambiare il carcere per una caserma e la custodia per una sfida muscolare”. Il Gom opera oggi alle dirette dipendenze del Capo del Dap. Spostarne la filiera gerarchica riduce il ruolo di bilanciamento che spetta al direttore dell’istituto tra esigenze di sicurezza e funzione rieducativa garantita dall’articolo 27 della Costituzione.

Il Coordinamento Nazionale dei Dirigenti Penitenziari, attraverso Enrico Sbriglia, ha chiesto il ritiro immediato dello schema. I direttori aspettano il loro primo contratto di categoria dal 2005 e si trovano ora di fronte a una riforma che ne riduce ulteriormente i poteri, trasformandoli nelle parole di chi li rappresenta in semplici “passacarte logistici”.

Magistratura Democratica ha definito quello in atto una “trasformazione silenziosa” del sistema. L’esecuzione penale rischia di diventare “un apparato di sicurezza” anziché un’istituzione costituzionalmente orientata. Non è un allarme isolato: arriva mentre si moltiplicano gli interventi che restringono le attività trattamentali e mentre al Parlamento è all’esame la norma sugli agenti sotto copertura nelle carceri, già oggetto di una polemica sulla sua tenuta costituzionale.

Ciambriello mette a fuoco il paradosso che pesa di più: “mentre nei nostri istituti si consuma il dramma quotidiano del sovraffollamento e della solitudine, a Roma si pensa di rispondere con la militarizzazione”. Il malessere psichico dilaga, le risorse per il trattamento scarseggiano. La risposta del Ministero, secondo i garanti, non affronta nulla di tutto questo. Il confronto formale con i sindacati del Corpo è stato aggiornato al 19 maggio. Finché non si firma, lo schema resta modificabile. L’appello di Ciambriello è diretto: “Fermatevi. Abbiamo bisogno di rimettere al centro l’uomo, con la sua dignità che non è negoziabile. Il carcere deve essere un luogo dove si ricostruiscono persone, non dove si fabbrica risentimento in nome di un securitarismo velleitario”.