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di Cinzia Sciuto

MicroMega, 30 gennaio 2026

Il livello di civiltà di una società si misura, tra le altre cose, anche dal modo in cui tratta chi ne vìola le regole. Se prendiamo per buono questo indice, dobbiamo riconoscere che il nostro livello di civiltà è molto basso e, cosa ancora più grave, scende sempre più in basso sia perché punisce con severità sempre maggiore un sempre più ampio spettro di comportamenti sia perché le condizioni in cui troppo spesso si espia la pena sono parecchio al di qua delle minime condizioni di umanità e rispetto della dignità previste dalla Costituzione e da diverse Convenzioni internazionali. Il carcere non è un albergo, si sente dire da coloro che propagandano “ordine e sicurezza” (pura propaganda, come vedremo).

E invece il carcere dovrebbe esserlo, un albergo. E anche di lusso. La privazione della libertà personale - il bene più prezioso di ciascun essere umano - è già di per sé una pena estremamente pesante, alla quale non va dunque aggiunto neanche un grammo di ulteriore disagio. Come sappiamo bene, invece, le condizioni concrete delle carceri - nel nostro paese, ma non solo - sono semplicemente indegne, e alla privazione della libertà aggiungono la tortura di una vita in condizioni miserevoli. Troppo spesso dimentichiamo che i detenuti sono cittadini a pieno titolo e come tali titolari dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, che non possono essere violati, specialmente quando la loro vita dipende completamente da una istituzione pubblica. Ma sulle condizioni delle carceri e sulla necessità di migliorarle siamo - dovremmo essere - tutti d’accordo. Quello che questo volume si propone di fare è invitare il lettore a compiere un passo ulteriore e chiedersi: abbiamo davvero bisogno del carcere? Per ragionare senza paraocchi né schemi preconfezionati su questo tema occorre prima fissare qualche punto fermo.

Il primo è che chi commette un reato va punito. O meglio: che chi vìola una norma deve subire una qualche conseguenza per quella violazione. Se esistono delle regole - e nessuna convivenza civile può farne a meno - è necessario che alla loro violazione corrisponda una qualche sanzione. Altrimenti la regola è priva di senso ed efficacia.

Un altro punto fermo, collegato al primo, è che alla base del nostro vivere insieme c’è un patto - implicito ma fondamentale - che lega il cittadino allo Stato. In cambio della tutela dei suoi diritti, il cittadino rinuncia alla violenza privata e affida allo Stato il monopolio della forza. È lo Stato a farsi carico di punire chi vìola le regole, e lo fa in nome della legge. Se lo Stato rinunciasse a questo compito, si tornerebbe a sistemi basati sulla vendetta privata.

In queste pagine leggerete più volte un principio, all’apparenza tautologico ma in realtà decisivo per la civiltà giuridica: è reato solo ciò che è definito tale dalla legge. Si tratta del fondamento dello Stato di diritto: posso essere punito solo ed esclusivamente in nome della legge per aver violato una norma che - in un regime democratico - io stesso mi sono dato tramite il legislatore. Questa apparente tautologia, dunque, è la massima garanzia dall’arbitrio del potere. Posti questi punti fermi, la domanda che percorre questo volume è: il sistema penale che abbiamo costruito, e in particolare il ricorso massiccio al carcere, è davvero lo strumento migliore per garantire tutto questo?

Innanzitutto osserviamo che i concreti comportamenti che sono considerati criminali - e dunque meritevoli di essere puniti - variano talmente tanto nel tempo e nello spazio che si può ben dire che non esistono comportamenti che sono per loro natura criminali (persino per l’omicidio le condizioni alle quali è considerato un crimine da punire variano nel tempo e nello spazio). Se diamo per assodato che chi commette un reato va punito, decidere cosa qualificare come reato è una scelta politica di cui è possibile, anzi doveroso, discutere nel dibattito pubblico. Soprattutto in un’epoca in cui il ricorso al penale è diventato lo strumento privilegiato da parte del legislatore per punire non più esclusivamente lesioni dirette dei beni fondamentali (libertà personale, integrità fisica eccetera), ma più in generale comportamenti sgraditi (si pensi alle fattispecie di reato recentemente introdotte dal decreto sicurezza del governo Meloni). Anche perché, a furia di ampliare la gamma dei reati, quella arbitrarietà del potere che avevamo accompagnato fuori dalla porta, rischia pericolosamente di rientrare dalla finestra.

Come non esiste una gamma fissa di comportamenti qualificati come reati, non esiste neanche una gamma di punizioni rigida: i modi della punizione nella storia sono stati tali e tanti che nessuna forma di punizione può considerarsi ovvia, scontata, indispensabile, inevitabile. Incluso il carcere. In altre parole, crimini e punizioni - i delitti e le pene - sono prodotti storici, che come tali subiscono modifiche e sui quali, dunque, si può agire.

Oggi il nostro sistema penale è, di fatto, carcerocentrico. La privazione della libertà personale - in particolare la reclusione in un luogo fisico separato dalla società: il carcere, appunto - è la pena principale, quasi esclusiva. La gamma dei comportamenti umani, inclusi quelli che finiscono per essere considerati reati, è vastissima, mentre la gamma delle sanzioni è sorprendentemente limitata (come si vedrà nel corso del volume, anche la relativamente recente introduzione di misure alternative non ha spodestato il carcere dalla sua posizione centrale nel sistema penale). Forse quindi la prima cosa che andrebbe fatta è un esercizio collettivo di creatività per immaginare pene diverse a seconda dei reati commessi, riservando quella del carcere esclusivamente a coloro che rappresentano un pericolo concreto per l’incolumità altrui (e solo per il periodo per il quale rappresentano un pericolo, tra l’altro).

Un tale approccio implicherebbe un radicale ripensamento del comportamento criminale, che noi tendiamo a espellere dal nostro orizzonte per, letteralmente, rinchiuderlo in un luogo che ce lo tolga dalla vista. Aprire le porte del carcere significa innanzitutto mettere in discussione questa visione manichea e iniziare a vedere che il “mondo dei criminali” e il “mondo delle persone per bene” sono in realtà uno solo, che siamo tutti immersi nelle più svariate contraddizioni, che può capitare a chiunque nella vita di avere a che fare con il carcere e che il carcere - finché c’è - è, o meglio, dovrebbe essere parte integrante del tessuto sociale al pari di altre infrastrutture sociali (scuole, ospedali eccetera). Non si capisce come possa altrimenti svolgere quella funzione rieducativa e di reinserimento sociale solennemente stabilita dalla nostra Costituzione.

Che il carcere, almeno così per com’è, non serva a niente - e in particolare non serva a garantire la millantata sicurezza - non lo dicono le anime belle che vorrebbero abolirlo, lo dicono i numeri: fra chi sconta la sua intera pena in carcere, la stima del tasso di recidiva è del 70%, percentuale che scende al 20 tra chi accede a misure alternative e precipita al 7 (secondo alcune stime addirittura al 2) per chi lavora durante l’esecuzione della pena. In un’epoca in cui tutti si appellano al realismo politico, il vero realismo imporrebbe dunque - numeri alla mano - se non addirittura l’abolizione del carcere, certamente una radicale depenalizzazione dei reati. Esattamente il contrario di quello che sta accadendo.