di Cristina Di Silvio
Il Dubbio, 13 settembre 2025
Nel contesto attuale, il carcere ha cessato di essere solo un presidio penale per divenire un nodo strategico di controllo sociale. Non più semplice luogo di esecuzione della pena, ma strumento di guerra ibrida: neutralizzazione preventiva, disciplinamento collettivo e repressione del dissenso. La detenzione si configura come spazio giuridico sospeso, dove il diritto viene sistematicamente eluso. Trattati e convenzioni internazionali - come l’art. 7 del Patto sui Diritti Civili e Politici, l’art. 3 della Cedu e la Convenzione Onu contro la tortura - vietano trattamenti inumani, ma gli organismi di monitoraggio continuano a denunciare abusi sistemici, anche in Paesi democratici.
In Egitto, nella prigione di Al-Aqrab, i detenuti politici subiscono isolamento, torture e privazioni sensoriali. A Gaza, ex prigionieri denunciano condizioni disumane. In Cina, i campi per uiguri rappresentano una forma estrema di ingegneria sociale, tra sterilizzazioni forzate e sorveglianza digitale. Negli Usa, il carcere è industria da 80 miliardi di dollari l’anno, basata più sulla segregazione che sulla giustizia: nelle supermax prisons l’isolamento è paragonato alla tortura, soprattutto sui minori. In Brasile, le carceri sono zone extrastatali dominate da bande armate. In Nigeria, la detenzione preventiva equivale spesso a una condanna a morte. In Grecia, il sovraffollamento ha portato a una crisi sanitaria che l’Oms definisce “catastrofica”. In Russia, il Comitato Helsinki denuncia torture sistematiche; in India, la repressione colpisce giornalisti e attivisti, erodendo lo Stato di diritto. Intanto, cresce la sorveglianza: torrette armate, telecamere, sistemi biometrici, barriere d’acciaio. Si rafforza l’apparato repressivo, ma si svuota il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione (art. 27). Un principio sempre più disatteso, se non apertamente ribaltato.
Emblematico il caso turco: dopo il tentato golpe del 2016, il carcere è diventato strumento di repressione politica, tra arresti di massa, processi farsa e negazione del diritto alla difesa. In questo scenario, il detenuto non è più soggetto di diritto, ma corpo da gestire. È la biopolitica penale: amministrazione dei “corpi eccedenti”, scarti sociali espulsi dal mercato e dalla politica. La pena diventa strumento di segregazione, non più di reinserimento. Il carcere non genera sicurezza, ma instabilità. Recidiva oltre il 70%, suicidi, rivolte, autolesionismo: non anomalie, ma indicatori strutturali. È una zona grigia della sovranità, dove il diritto si sospende, la giustizia si diluisce, il controllo si normalizza.
La Corte EDU ha stabilito che il sovraffollamento può costituire di per sé trattamento inumano (Mursic v. Croatia, 2016), e che anche nei regimi più severi lo Stato ha il dovere inderogabile di tutelare la dignità umana (Dougoz v. Grecia). La crisi ha portata geopolitica: il carcere riflette la qualità reale della democrazia. Dove il diritto è sospeso, il potere diventa arbitrario. E la democrazia, da promessa, si riduce a simulacro. Come scriveva Bauman: “Quando l’insicurezza diventa permanente, la libertà diventa un lusso per pochi”. Oggi la detenzione non è più risposta al reato, ma gestione preventiva della devianza. Serve una rifondazione radicale del sistema carcerario: non aggiustamenti cosmetici, ma un nuovo paradigma fondato su legalità costituzionale, garanzie effettive e giustizia sostanziale. In caso contrario, il carcere continuerà a essere detonatore silenzioso di crisi. E la nostra ultima trincea democratica, una frontiera abbandonata.











