di Tommaso Romeo*
Ristretti Orizzonti, 25 settembre 2025
Dove mi trovo io perfino le poche visite dei politici, come quelle di ferragosto, mi ricordano in qualche modo il 2 novembre, la giornata dei defunti. Le carceri assomigliano sempre di più a dei cimiteri. Tutti i nuovi istituti di pena sono stati costruiti lontano dai centri abitati, come i cimiteri e le discariche. Io sono ristretto nel carcere di Oristano, che è situato in aperta campagna. La stazione ferroviaria è distante un bel po’ di chilometri, l’aeroporto più vicino si trova a 100 chilometri, per cui fare il colloquio con i propri familiari comporta molte spese e giorni interi lontani da casa, ma anche lo stesso tribunale di Sorveglianza si trova lontano 100 chilometri, una distanza che influisce tanto anche sull’entrata in questo carcere dei magistrati di Sorveglianza, che infatti si vedono di rado. Io sono qui da due anni e non ho mai incontrato il mio magistrato di riferimento, eppure i colloqui tra detenuti e magistrato sono molto importanti.
Per rispondere alla parola “sicurezza” le pene sono diventate più alte, sono stati creati dei nuovi reati, e il pensiero che va per la maggiore è chiaro: “Teneteli dentro fino all’ultimo giorno, meglio ancora se li fate pure soffrire”. Di fatto l’accesso ai benefici penitenziari è diventato quasi impossibile, la parola reinserimento è stata sostituita dalla parola “contenimento”, infatti le carceri si sono trasformate in contenitori di carne umana, dove i detenuti vivono la maggior parte della loro detenzione chiusi in cella. Così si nutrono di ozio e rabbia, perché le attività lavorative e culturali, sono ridotte al minimo, oppure si svolgono con poca continuità e alla fine servono a poco.
In alcune carceri, come ad Oristano dove mi trovo io, la società civile non entra. Non entra molto nemmeno il volontariato, che invece ritengo fondamentale, e quindi manca qualsiasi confronto con la società civile. Non entrano gli studenti, né tantomeno le vittime di reato, ma neanche le istituzioni, e allora come fanno i detenuti a reinserirsi? Con la sola funzione punitiva, le carceri in poco tempo trasformano degli esseri viventi in morti viventi, ma tanto non indignano più nemmeno i molti suicidi, che vengono visti come un danno collaterale, sono diventati la normalità.
Le carceri sono diventate silenziose come i cimiteri, perché con il nuovo decreto sicurezza anche la protesta pacifica - come può esserlo la famosa “battitura” di oggetti sulle sbarre - è diventata un reato punibile con pene fino ad 8 anni, perciò i detenuti sono costretti a subire passivamente tutte le problematiche del carcere. Anche le poche visite dei politici, in particolare quelle fatte nel giorno di ferragosto, per come sono svolte ricordano in qualche modo il 2 novembre, la giornata dei defunti. Tutti i detenuti sono chiusi nelle loro celle, i visitatori sfilano nel lungo corridoio, qualcuno di loro si ferma davanti a qualche cella e fa sempre la stessa domanda che sento da 30 anni: “Qui come state?”. Ma non c’è mai nessuna parola di speranza, che è invece quello che ci servirebbe.
La società dovrebbe capire che il recupero delle persone detenute rappresenta la vittoria dello Stato e dell’intera comunità, perché quando i detenuti fanno un buon percorso escono dal carcere senza rabbia, ma con pensieri costruttivi e possono essere di buon esempio per tutti quei giovani difficili e affascinati dal mondo criminale.
*Detenuto nel carcere di Oristano











