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di Fulvio Fulvi

Avvenire, 22 luglio 2023

La morte di Fakhri, 30 anni, che si era dato fuoco dietro le sbarre: sono 40 i suicidi da inizio anno. Nelle carceri italiane, dove dominano da sempre solitudine e dolore - acuiti in questa estate dall’afa che arroventa le celle - si contano ancora morti e feriti in tutte e due le parti della “barricata”: risse, ribellioni, detenuti che si uccidono al culmine della disperazione o che vengono aggrediti dai loro compagni di prigionia, agenti assaliti da chi dietro le sbarre ha perso la testa o vuole imporre la propria supremazia; sorveglianti che si accaniscono contro quegli ‘ospiti delle patrie galere” che hanno sbagliato ma dovrebbero essere aiutati, invece, a diventare cittadini per bene.

Ieri, l’ultima tragedia: al Policlinico di Bari ha cessato di vivere Fakhri Marouane, 30 anni, di origini marocchine: quasi due mesi di agonia in un letto del reparto Grandi ustionati dove era stato ricoverato dalla fine di maggio, dopo essersi dato fuoco mentre era rinchiuso nell’istituto penale di Pescara per scontare una condanna definitiva. Il giovane era stato chiamato a testimoniare al maxi-processo per quella che è stata definita la “mattanza” del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.

Un caso di violenza inaudita avvenuto il 6 aprile del 2020, che vede alla sbarra 105 imputati tra poliziotti penitenziari, funzionari del Dap e medici della Asl. Una bruttissima storia di pestaggi a sangue, minacce, umiliazioni, connivenze e complicità a danno di un gruppo di detenuti, sulla quale i giudici della Corte d’assise vogliono fare chiarezza: il processo è partito nel novembre del 2022 e sarà lungo. Fakhri è stata una delle vittime di queste aggressioni: un video in possesso della procura mostra infatti come fu reso oggetto di manganellate in testa e costretto dai suoi aguzzini a inginocchiarsi e a camminare carponi fino alla propria cella.

Un “bersaglio” facile? Di sicuro, fino a ieri, una delle parti civili del processo, un testimone che alla prossima udienza, fissata per l’11 settembre, però non ci sarà. Ma ciò che indigna di più è che anche questa morte, la quarantesima dall’inizio dell’anno di un detenuto “per mano propria” in uno dei 192 penitenziari italiani, si poteva evitare. Secondo quanto raccontano i suoi compagni di cella egli operatori della Casa circondariale “San Donato” di Pescara, dove nel frattempo era stato trasferito, Fakhri si era ripreso bene dallo choc subìto, aveva seguito con successo un percorso rieducativo, aveva studiato per prendersi un diploma ed era diventato un detenuto modello fino a guadagnarsi la semilibertà per andare a lavorare fuori.

Poi, all’improvviso, la sera del 26 maggio, ritornato dietro le sbarre dopo una giornata di fatiche, è ricaduto nella depressione. Sarebbe bastato un semplice richiamo del sorvegliante per farlo ripiombare nel terrore di quei terribili giorni: è stato preso dall’angoscia e non ce l’ha fatta, da solo, a resistere all’idea di farla finita. Così, ha preso il fornelletto a gas che aveva in cella, si è disteso sul letto, lo ha acceso e se l’è buttato sopra procurandosi ustioni sul 70% del corpo. In rianimazione, fino all’ultimo respiro, poche ore fa.