di Massimo Lensi
thedotcultura.it, 17 luglio 2025
In questi giorni infuocati di luglio, è difficile non pensare ai luoghi di detenzione. I liberi - non tutti, ma molti - arrancano sotto un caldo che fiacca e ammala. Figuriamoci chi è recluso. Per le donne e gli uomini in carcere, il caldo non è solo insopportabile: è insostenibile. E chi non lo sa, può almeno immaginarlo. Le loro condizioni sono più precarie di altre, aggravate dalla detenzione stessa e da un sentimento sempre più acuto di abbandono istituzionale. Corpi accatastati nel “carcer”, il recinto. Cambiasse pure la latitudine, saremmo comunque al punto di partenza: il problema non è il termometro, è la carcerazione. È la scomparsa della dignità.
Siamo assuefatti anche alla tragedia quotidiana: il degrado carcerario non fa più notizia, come non la fanno le guerre o i morti del cambiamento climatico. In questi giorni si discute - poco, con tono ipocrita - di un intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante un incontro con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e una rappresentanza della Polizia penitenziaria.
Il Presidente ha dichiarato: “È particolarmente importante che il sistema carcerario disponga delle risorse necessarie, umane e finanziarie, per assicurare a ogni detenuto un trattamento e un regime di custodia fondati su regole e valutazioni attuali per ciascuno, con lo sguardo rivolto al futuro”. E ha aggiunto: “È drammatico il numero di suicidi nelle carceri, che da troppo tempo non dà segni di arresto. Si tratta di una vera e propria emergenza sociale, sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”.
Se qualcuno volesse illudersi che, nella classe politica e di governo, esista un briciolo di volontà nel dare seguito alle parole del Presidente, si procuri un condizionatore: evidentemente è stato colpito da un colpo di calore. Come può un governo che introduce una valanga di nuovi reati (molti inutili), tra cui la “resistenza passiva” in carcere, preoccuparsi di svuotare, anche solo parzialmente, le sue prigioni? In Italia, il reato si crea per punire. E la punizione si chiama “prisonizzazione”: un lento processo di annientamento dell’identità, dell’autonomia, della dignità del condannato, qualunque sia la sua colpa.
Da anni si parla di comunità chiuse per tossicodipendenti, di dimore sociali per reati minori. Ma da quando il carcere è diventato la sanzione penale universale, è anche diventato lo strumento simbolico del buon ordine sociale. Un simbolo negativo, come se nel campo della giustizia penale un simbolo positivo non potesse esistere o agire sull’immaginario collettivo. Non è più la gravità del reato a determinare la pena, ma la demolizione della persona che l’ha commesso.
Le prigioni italiane versano da decenni in uno stato di cronico degrado. È un problema strutturale, normativo, ma soprattutto politico. Il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie disastrose e una pressoché nulla capacità rieducativa non sono più l’eccezione, ma la regola. Questa deriva non solo calpesta la dignità dei detenuti, ma svuota di significato l’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa.
Al 31 maggio 2025, secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), i detenuti erano circa 61.000 a fronte di una capienza regolamentare di 51.000 posti: un tasso medio di affollamento del 119%, con picchi del 150-160% in alcune strutture. Le regioni più colpite sono Lombardia, Campania e Lazio. Ma il sovraffollamento non è solo un dato statistico: è una cella troppo piccola per troppe persone, è un letto in meno, è l’accesso a turni ai servizi igienici, è il sonno sul pavimento. È promiscuità forzata, che genera malattie e moltiplica tensioni e violenze.
Molti istituti penitenziari sono strutture fatiscenti, costruite a fine Ottocento o inizio Novecento, inadatte alla vita di oggi. La manutenzione è assente, gli impianti idrici e fognari obsoleti, le celle piene di umidità e muffa. In alcune strutture si registrano perfino infestazioni di ratti e insetti. Il personale medico e infermieristico è drammaticamente insufficiente. Le visite specialistiche si attendono per mesi, e la gestione delle patologie croniche o psichiatriche è pressoché impossibile. I disturbi mentali si acuiscono o nascono in carcere, alimentati dall’isolamento e dalla mancanza di speranza. Nel solo 2024, i suicidi in carcere hanno superato quota 60: un numero agghiacciante, specchio di una disperazione senza scampo.
L’articolo 27 della Costituzione parla chiaro: le pene non devono essere contrarie al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione. Ma nella realtà italiana, la rieducazione è poco più di un’utopia. Le attività lavorative e formative coinvolgono una minoranza di detenuti, spesso impiegati in mansioni di scarsa qualificazione. I corsi professionali, le attività culturali, i percorsi di studio sono insufficienti o del tutto assenti. Il carcere diventa un limbo, una lunga attesa priva di stimoli. Il risultato? Un altissimo rischio di recidiva. Il carcere, così com’è, non rieduca: produce criminalità.
Il degrado delle carceri italiane è figlio di decenni di incuria e miopia politica. Politiche emergenziali: indulti e misure “svuota-carceri” sono serviti a tamponare le crisi, mai a risolverle. Mancanza di investimenti: nuove strutture, riqualificazioni, assunzioni: tutto sempre troppo poco. La Polizia Penitenziaria è sotto organico e spesso sottoposta a formazione inadeguata. Cultura punitiva e populismo giudiziario: prevale una retorica forcaiola, che ostacola ogni apertura verso misure alternative. Riforme a metà: tanti disegni di legge, pochi approvati, ancor meno attuati. La macchina burocratica rallenta tutto. Giustizia riparativa e pene alternative: se ne parla, ma si fa pochissimo. Eppure l’adozione di percorsi di mediazione penale e di misure alternative, come l’affidamento in prova o la detenzione domiciliare, ridurrebbe la popolazione carceraria senza compromettere la sicurezza.
Il ruolo della società civile - In questo scenario, le associazioni e gli osservatori indipendenti - come Antigone o, come fino a qualche mese fa, il Garante nazionale delle persone private della libertà - sono tra le poche voci che continuano a denunciare il disastro. I loro rapporti sono precisi, documentati, ricchi di proposte. Ma restano troppo spesso inascoltati.
Conclusione - Il degrado carcerario italiano non è solo una questione di numeri. È un fallimento etico, giuridico, costituzionale. Affrontarlo richiede coraggio politico, investimenti mirati, riforme radicali. Serve un piano per riqualificare le strutture, rafforzare gli organici, incentivare pene alternative. Serve soprattutto cambiare paradigma: non più carcere come vendetta, ma come presidio di legalità, giustizia, umanità. Il rispetto dei diritti in carcere non è un premio: è la misura minima di civiltà. Oggi, tutto questo sembra ancora una lontana utopia.











