di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 29 maggio 2025
In dieci anni quasi 700 suicidi in cella: Alessandro Trocino con “Morire di pena” denuncia un orrore italiano. “Se una mosca vi si posa - non per avidità ma per conformismo, perché ve ne sono già attaccate tante altre - resta presa dapprima per l’estrema falange ricurva di tutte le sue zampette”, scrive Robert Musil in una delle “Pagine postume pubblicate in vita”, narrando gli spasmi degli insetti inchiodati sulla carta moschicida. Il destino è già segnato. Ogni tentativo di “districarsi frullando le ali” che ricorda quasi “Laocoonte nell’espressione sportiva dello sforzo estremo” è vano finché “le mosche non hanno più la forza di sollevarsi dal vischio, ricadono un poco e in quell’attimo sono interamente umane”.
Non poteva trovare parole più dense, Alessandro Trocino, per spiegare in “Morire di pena. 12 storie di suicidio in carcere”, il libro in uscita domani da Laterza, la tragedia di tante vite perdute nelle galere italiane. Quelle che fecero dire a Papa Francesco: “Ogni volta che varco la porta di un carcere, mi viene sempre questo pensiero: perché loro e non io? Io dovrei essere qui, meriterei di essere qui. Le loro cadute avrebbero potuto essere le mie”.
Ecco il nodo: “Quei criminali non è detto che siano tutti criminali. Molti, circa un terzo, sono in custodia cautelare, cioè non sono mai stati condannati, talvolta neanche in primo grado”. Come Giovanni Manish Polin che, abbandonato il giorno stesso della nascita in India, adottato da una famiglia veronese, segnato da problemi adolescenziali di droga e di alcol, sbattuto incensurato nel penitenziario di Montorio con l’accusa (da lui respinta) d’aver malmenato la compagna, descritto dalla sorella come “un semino venuto da mondi lontani e circondato di altri climi, altri terreni, altre atmosfere”, non resse la carcerazione e si impiccò 21 giorni dopo l’arresto senza avere mai potuto incontrare la famiglia (“fanno una domanda di colloquio ma la carta viene smarrita”) né ricevere “un cambio della biancheria”.
Un caso limite? Mica tanto: due terzi, tra gli 89 detenuti che si sono tolti la vita nel 2024, erano in attesa di giudizio. E così tra i 15 che si sono uccisi nei primi due mesi del 2025. Numeri inaccettabili: “Negli ultimi dieci anni i suicidi in carcere sono stati quasi 700”. Sette volte di più di quanti furono registrati in tutti gli anni Sessanta. Ecco, spiega Trocino, perché ha scritto: “Questo libro vuole essere un piccolo obelisco di carta, un memoriale dedicato ai militi ignoti delle carceri”. Destinati altrimenti, come sostengono nella prefazione Luigi Manconi e Marica Fantauzzi, a “esser immersi irreparabilmente nel fiume Lete, in quel profondissimo canale della dimenticanza in cui le biografie di donne e uomini reclusi perdono la propria singolarità e unicità sino a fondersi e ad annullarsi”.
Ed ecco da quell’oblio riemergere, tra diagnosi in burocratese che parlano di “infuturazione scarsamente propositiva ed altamente velleitaria” e smentite di “pregressi tentativi anticonservativi”, derive umane come quella di Damiano Cosimo Lombardo, travolto da una gioventù marcata dall’alcolismo e da hashish, cocaina, crack, anfetamine, ketamina, che cerca via via di uccidersi con sostanze caustiche “perché si ricorda di una preghiera che diceva: “Gesù, lavaci con il fuoco”“ e viene pianto dalla madre così: “Se lo sono mangiato i sensi di colpa”.
E Rodolfo Illich che a 64 anni, obbligato a stare lontano dall’ex moglie perché incapace di tenere a freno gli sfoghi d’ira e di violenza, è costretto prima a dormire per strada in auto e poi è rinchiuso a Udine tra 136 carcerati ammucchiati l’uno sull’altro e assistiti da una sola psicologa un solo giorno a settimana finché, oppresso dalla solitudine e angosciato dallo spettro di una finestrella dove un detenuto tunisino infilò la testa tra le sbarre senza più riuscire a tirarla fuori fino a morire strozzato, non ne può più e si impicca coi calzini intrecciati e annodati alla spalliera del letto a castello. Scrive Trocino d’essersi posto un problema: “I morti non devono subire un altro oltraggio, oltre a quello dell’oblio: non devono diventare materia per un esercizio di stile o per un racconto morboso, patetico. La scrittura dovrebbe avere la stessa forza lineare e geometrica delle celle, dei penitenziari. La stessa brutalità essenziale di un lenzuolo annodato in un cappio, di un letto spoglio e popolato da cimici, di un referto medico, di un certificato di morte”.
Risultato: storie che fermano il fiato. Come quella di Ben Sassi Fedi, un giovane tunisino che, prima di abbandonare ogni speranza e impiccarsi, denunciò il degrado della Casa circondariale di Sollicciano, Firenze, catturando a mani nude, con tutti i rischi d’infezione, un ratto grigio spinto a forza dentro la bottiglia come “allegato” d’un esposto alla magistratura in cui chiedeva se le condizioni di detenzione, tra cimici, topi e piccioni, non fossero “in contrasto con l’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e se non si configuri il reato di tortura”. Macché... Per dirla con l’ex ministro Roberto Castelli: “Il carcere non è un hotel”. Sarà...
Colpisce, però, che un Paese duro con i suoi carcerati come gli Stati Uniti si sia posto fin dal 1988 il problema istituendo un ufficio per la prevenzione dei suicidi in carcere “con uno staff di 500 persone” per formare il personale penitenziario riducendo le morti in 25 anni del 70%. O che nei momenti più angosciosi della pandemia del Covid “l’Iran rilascia 70 mila detenuti, la Turchia 90 mila. Il governo italiano non libera nessuno. Chiude le porte ai familiari, blinda i reclusi in un isolamento totale”.
Finché l’8 marzo 2020, giorno del primo e indimenticabile lockdown, scoppiano le prime rivolte in 79 dei 190 istituti penitenziari nostrani. Che porteranno, in un’Italia distratta dall’incubo dei contagi, a un totale di 13 morti. Come al Sant’Anna di Modena, dove sono ammassati 571 detenuti su 361 posti e nel caos della sommossa “un gruppo di reclusi entra nell’infermeria e la devasta. I sacchi neri dell’immondizia vengono riempiti di farmaci. Scoppiano risse. Molti prendono il metadone e lo bevono a canna, dai flaconi da un litro e mezzo”.
Uno di questi, Hafedh Chouchane, muore la sera stessa. Un altro, Sasà Piscitelli, trasferito ad Ascoli e bollato da una sbrigativa visita medica come in “apparente buona salute”, il giorno successivo. Mesi dopo arriverà un esposto di cinque detenuti: “Sasà è stato picchiato prima, durante e dopo il viaggio. Stava malissimo ed era debole, non riusciva a reggersi in piedi”. Risultati dell’inchiesta? Boh... Del resto, spiega Morire di pena, i defunti in galera non sembrano interessare più di tanto.
Dice tutto il caso di Stefano Dal Corso, un giovane misteriosamente morto per “impiccamento” nel carcere di Oristano e al centro di un giallo intricatissimo finito anche nel mirino delle Iene. Per sette volte la fidanzata, la sorella, gli avvocati chiesero l’autopsia. Per sette volte fu negata. Finché, quando il magistrato si convinse che si poteva trattare davvero di un omicidio volontario perché l’uomo aveva visto qualcosa che non doveva vedere, era ormai troppo tardi.











