di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 giugno 2026
Il prossimo 22 settembre la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere se un detenuto può lasciare il carcere quando le condizioni della struttura diventano contrarie al senso di umanità. Gli Osservatori Carcere e Corte Costituzionale dell’Unione delle Camere Penali hanno depositato un intervento come Amicus curiae alla Consulta per sostenere una svolta storica: permettere alla magistratura di sorveglianza di sospendere la pena o disporre la detenzione domiciliare di fronte al degrado delle carceri.
La vicenda era stata sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze con un’ordinanza firmata dal presidente Marcello Bortolato il 17 febbraio di quest’anno, e la notizia era stata diffusa da Il Dubbio nel marzo scorso. All’origine della decisione c’è il lavoro degli avvocati Michele Passione e Nicola Muncibì del foro fiorentino, che hanno assistito un uomo rinchiuso nel penitenziario di Sollicciano. Un istituto che i legali e i magistrati descrivono come un luogo dove i diritti fondamentali si infrangono contro la realtà quotidiana.
L’ordinanza descriveva una situazione strutturale limite. A Sollicciano le celle del blocco penale si allagano ogni volta che piove a causa di un vecchio errore di impermeabilizzazione delle facciate esterne. L’intonaco cade, le muffe sono ovunque e i detenuti sono costretti a spostare i letti al centro delle stanze usando i secchi per raccogliere l’acqua. A questo si aggiungono la mancanza cronica di acqua calda, i guasti continui al riscaldamento nei mesi invernali e un’infestazione diffusa di cimici da letto accertata dall’Asl. Il detenuto al centro del caso vive in poco più di tre metri quadrati di spazio pro capite insieme ad altri due compagni, una condizione al limite minimo dei parametri europei.
L’uomo è condannato a 22 anni per omicidio, con fine pena fissato nel 2042. Avendo una pena residua elevata, la legge attuale gli impedisce l’accesso a qualsiasi misura alternativa. Gli avvocati si sono trovati davanti a un muro normativo: l’articolo 147 del codice penale permette di rinviare l’esecuzione della pena solo per motivi tassativi come la grave infermità fisica, la gravidanza o la domanda di grazia. Non dice nulla sul degrado della struttura. Per questo il Tribunale ha chiesto alla Consulta una sentenza additiva. L’obiettivo è dichiarare la norma incostituzionale nella parte in cui non prevede il rinvio della pena quando questa si svolge in condizioni contrarie al senso di umanità, violando l’articolo 27 della Costituzione e l’articolo 3 della Cedu.
L’Unione delle Camere Penali, nel suo intervento, evidenzia come una pena scontata in condizioni di totale degrado diventi una sanzione diversa e molto più grave di quella stabilita dal giudice. Si trasforma in una sofferenza priva di base legislativa e perde ogni funzione rieducativa. I penalisti ricordano che non si tratta di svuotare le carceri o azzerare la pena, ma di applicare la detenzione domiciliare in surroga, eventualmente con il braccialetto elettronico, continuando l’esecuzione fuori dalle mura. Già nel 2013 la Corte Costituzionale aveva affrontato un tema simile, dichiarando la questione inammissibile ma rivolgendo un forte appello al Parlamento affinché intervenisse. Quell’appello è rimasto senza risposta per oltre dodici anni, mentre i dati nazionali descrivono oggi un sovraffollamento medio superiore al 139%, con decine di suicidi tra i detenuti e il personale di polizia. Se a settembre la Consulta accoglierà la questione sollevata da Firenze, i giudici di sorveglianza avranno lo strumento per fermare l’espiazione in carcere ogni volta che la struttura tocca la soglia del trattamento inumano. Lo Stato non potrà più rimandare e il Parlamento sarà costretto ad affrontare seriamente la realtà delle patrie galere.










