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di Arrigo Cavallina


L'Arena di Verona, 15 marzo 2020

 

Non ci sono giustificazioni per le violenze, le aggressioni, i vandalismi, gli incendi avvenuti in molte carceri. Mostrano sia esasperazione, sia incapacità da parte dei reclusi più fragili di affrontare i problemi con realismo ed efficacia, fragilità che si presta a strumentalizzazioni da parte di organizzazioni criminali e resa tragicamente evidente dall'assalto alle bottiglie di metadone e dalle morti per overdose. Ma non giustificare non significa non cercare invece di capire, per intervenire consapevolmente e rimuovere o ridurre le cause di questi episodi.

Ancora nel 2013 la Corte Europea, aveva accertato, riguardo al sovraffollamento carcerario, la violazione da parte dell'Italia dell'art. 3 della Convenzione dei Diritti dell'Uomo: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".

Per adeguarsi alla sentenza (ma, si spera, anche per un'esigenza etica) l'Italia ha adottato un pacchetto di provvedimenti, tra i quali soprattutto l'incremento delle misure alternative al carcere, che hanno portato alla progressiva diminuzione di oltre 13.000 del numero dei detenuti alla fine del 2015, quando hanno toccato poco più di 52.000.

Da allora ad oggi, malgrado una costante tendenza alla diminuzione dei reati, il numero dei detenuti ha ripreso a salire raggiungendo alla fine di febbraio scorso i 61.230, a fronte di 50.931 posti teorici, ma che in pratica sono ancora meno. Alla stessa data il nostro carcere di Montorio contava 511 detenuti a fronte di 335 posti.

In questa situazione, di più persone costrette a convivere in celle fiato contro fiato, a passeggiare stipate in corridoi o spicchi di cortile, noi "liberi" ci sentiamo raccomandare o imporre di evitare raggruppamenti, di stare ad oltre un metro l'uno dall'altro. E mentre cominciamo a preoccuparci per la salute dei nostri cari e dei nostri amici, ai detenuti vengono bloccati i colloqui con i familiari; provvedimento ragionevole, ma teniamo conto che si tratta della principale, per molti unica luce della settimana o di periodi più lunghi. E neanche le telefonate e le conversazioni in Skype, malgrado le raccomandazioni ministeriali, sono incrementate o introdotte dappertutto, anzi. Anche i volontari non possono entrare, le attività sono tutte sospese. Noi in casa sappiamo arrangiarci, abbiamo telefoni, computer, film, soprattutto risorse personali a disposizione per impiegare il tempo. Ma per chi non ha niente di tutto questo, cosa diventano le giornate?

Concentrazione di persone, in tutti i ruoli di detenuti e operatori, è anche concentrazione di rischio virus, una bomba potenziale. Cosa si poteva e si può ancora fare? Diminuire le presenze, alleggerire il rapporto tra reclusi, spazi e personale (sanitario, di vigilanza, educativo...). E potenziare veramente, in ogni istituto, le possibilità di comunicazione che le tecnologie consentono. Lo stanno chiedendo da tempo un po' tutti quelli (magistrati, avvocati, personale penitenziario, volontari) che hanno competenza nel settore.

Certo, in tempi in cui si costruiscono consensi con frasi come "devono marcire in galera", sembra impopolare o poco populista ispirarsi alla Convenzione per i diritti dell'uomo e alla nostra Costituzione. Il carcere andrebbe riservato ai casi di effettiva necessità e pericolosità, mentre altre specie di intervento penale, già previste dalla legge, si confermano molto più efficaci nel sanare gli strappi ed evitare il ritorno all'illegalità.

Dei 61.230 detenuti, circa un quarto sono tossicodipendenti, che andrebbero curati in strutture adeguate. I presunti innocenti, cioè ancora in attesa di una condanna definitiva (che per molti sarà un'assoluzione definitiva) sono 18.952. Al 31-12-19 ben 8.682 avevano da scontare un residuo di pena inferiore ad un anno, e addirittura 23.000 (quasi il 38%) inferiore a tre anni. Chi sarebbe danneggiato se, già con le norme in vigore o con una lieve estensione, molti potessero trasferirsi agli arresti o detenzione domiciliare, o se un qualche altro provvedimento desse respiro alla pericolosa compressione delle carceri?