di Carla Forcolin*
Ristretti Orizzonti, 19 agosto 2024
Da molti mesi gli istituti penitenziari del nostro paese stanno ribollendo e la richiesta al Ministero di Giustizia di riforme che vadano a migliorare disfunzionalità ataviche negli istituti di pena italiani sono pressanti. I quasi settanta suicidi di detenuti dall’inizio dell’anno impongono un’analisi seria della situazione, come lo impongono i suicidi degli agenti penitenziari e l’aumento delle presenze di giovanissimi negli istituti penitenziari minorili (Ipm). Attribuire al sovraffollamento la causa principale di questa situazione è un modo per continuare a non vedere che i detenuti sono esseri umani con gli stessi bisogni profondi che abbiamo noi.
Come noi hanno degli affetti o desiderano degli affetti, come noi hanno la necessità di utilizzare il loro tempo in maniera costruttiva; più di noi (e per “noi” intendo i non carcerati) hanno bisogno di rivedere e analizzare i loro tragici errori, che li hanno portati a compiere reati e a perdere la libertà, più di noi devono progettare la loro vita dietro le sbarre o all’uscita dalla prigione.
Certamente hanno bisogno di condizioni di vita migliori, ma non ci si suicida perché in cella fa troppo caldo, anche se davvero fa troppo caldo. Depressione, senso di colpa, odio per se stessi, senso di inutilità della vita, lunghe giornate vuote da vivere, perdendo perfino il senso del tempo, in una parola disperazione inducono invece a togliersi la vita. Bisogna quindi remare in senso opposto e non è affatto facile, ma se non si parte da queste considerazioni, anche se si risolve il sovraffollamento, le cose non cambieranno.
Ai detenuti va trasmessa la considerazione che loro sono uomini e donne che hanno fatto del male ad altri, ma che possono ancora usare parte della loro vita per rimediare e migliorare l’esistenza propria e altrui. Come? Gli esempi di buone prassi negli istituti penitenziari non mancano, evidentemente le buone prassi vanno incentivate, come vanno incentivati i gruppi di parola con qualificati psicologi, come va incentivato il lavoro, lo studio, la produzione di cose belle, utili e coinvolgenti e, soprattutto, il rapporto con i propri famigliari, i figli in particolare.
Voglio fare un esempio: alcuni anni fa la Regione del Veneto finanziò un progetto dal titolo “Lavorare per i propri figli” nella Casa Circondariale di S. Maria Maggiore. Si trattava di restaurare il chiostro dell’antico convento divenuto carcere, perché i figli dei detenuti potessero andare a trovare il padre in quel luogo aperto anziché nel parlatorio. Il progetto era stato proposto dalla APS “La gabbianella” e si avvalse, per la sua attuazione, di due architetti e di bravi artigiani, che guidavano i detenuti nel loro lavoro. L’idea era quella di far imparare un mestiere artigianale mentre si faceva qualcosa di utile e finalizzato all’incontro con i propri cari. Non mi dilungo sul progetto, ma basti dire che i detenuti lo fecero molto volentieri e che uno degli ostacoli che trovammo fu costituito dal fatto che i detenuti dovevano essere pagati, per legge, mentre essi, in alcune circostanze, avrebbero anche lavorato gratis.
Non è difficile nelle carceri fatiscenti del nostro paese trovare lavori utili da proporre e far eseguire ai detenuti stessi e il modo di ricompensarli non è solo economico, benché il guadagno sia di per sé la concretizzazione della propria opera e vada perseguito ovunque sia possibile. Ma progetti, finanziamenti, richieste a fondazioni ecc. per far lavorare o studiare con soddisfazione i detenuti sono possibili, se le idee sono buone e c’è la volontà politica di attuarle da parte del Ministero di Giustizia e delle Direzioni delle carceri. Creare con le proprie mani ambienti dignitosi ed insieme imparare un mestiere da utilizzare a fine pena è una gran cosa, che può aiutare a sentirsi utili e a risollevare il morale delle persone detenute.
*Fondatrice della APS “La gabbianella e altri animali”











