di un Volontario in una Casa circondariale di Tolmezzo (Ud)
Avvenire, 5 novembre 2025
Desidero offrire una riflessione - con rispetto e spirito di collaborazione - sul tema delicato della realtà carceraria, in particolare riguardo al recente provvedimento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che accentra a livello centrale le autorizzazioni per le attività culturali, ricreative e sportive destinate ai detenuti nei reparti di Alta Sicurezza e in quelli sottoposti al regime del 41 bis. Sono un volontario che da oltre trent’anni opera in un istituto penitenziario di Alta Sicurezza. Al momento, fortunatamente, non si registrano particolari difficoltà nel proseguire le attività ricreative e culturali.
Tuttavia, mi domando se un accentramento così marcato non rischi di rallentare i tempi di risposta alle iniziative, rendendo più complesso l’avvio di nuove proposte da parte del mondo del volontariato. Le Direzioni degli istituti e la Magistratura di sorveglianza, che vivono da vicino le dinamiche quotidiane e conoscono le specificità locali, sembrano infatti le più adeguate a valutare la bontà e la sicurezza dei progetti proposti.
Una gestione eccessivamente centralizzata, pur alleggerendo forse il carico burocratico, potrebbe indebolire la collaborazione virtuosa tra Amministrazione Penitenziaria e società civile che da sempre arricchisce il mondo delle carceri. Non intendo mettere in discussione l’operato del Dipartimento, ma semplicemente esprimere - come altri operatori e realtà associative hanno già fatto - un interrogativo costruttivo su un provvedimento che, per molti, resta difficile da comprendere. In conclusione, credo che favorire le iniziative culturali, ricreative e sportive renda la vita carceraria più umana, più vivibile e più orientata al reinserimento, contribuendo al tempo stesso a ridurre le tensioni e a restituire fiducia nelle possibilità di cambiamento.











