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di Paola Balducci

Il Dubbio, 20 settembre 2022

Servono risorse e pene alternative: in gioco la nostra civiltà. Come ogni vigilia che si rispetti è tempo di bilanci. Tra le proposte avanzate in quest’ultimo periodo ne manca una all’appello: quella che vede coinvolta la situazione degli Istituti penitenziari italiani. Questa presa d’atto un po’ sconvolge. Ci siamo abituati allo spirito innovatore della Ministra Cartabia che ha avuto un notevole impatto sul nostro sistema penale complessivamente inteso e speravamo che di certi temi non se ne facesse solo una questione di (non) consensi.

Cerchiamo allora di fare chiarezza e di definire i contorni della vicenda, anche se è nota ai più la situazione (drammatica) in cui versano i nostri detenuti. Sono ormai anni che le carceri italiane vivono il sovraffollamento, divenuto un vero e proprio “tormentone”: non sono bastate le condanne della Corte Edu per sensibilizzare l’animo del legislatore. Certamente ci si è serviti - anche impropriamente, come nel caso della liberazione anticipata - di una serie di strumenti giuridici previsti già dalla legge sull’Ordinamento penitenziario, mentre altri sono stati coniati ex novo. Tuttavia, quel problema, stigmatizzato a livello sovranazionale come “endemico”, non è stato ancora risolto; anzi, ha dimostrato la sua attualità, e al contempo drammaticità, con l’avvento della pandemia. Anche le tanto decantate misure alternative alla detenzione - previste allo scopo di smussare la visione carcerocentrica - sembrano, in alcuni casi, inutili: si pensi, ad esempio, a tutti quei detenuti che, pur avendone diritto, non riescono ad accedervi perché senza fissa dimora. L’assenza di strutture idonee, come case di controllo e di accoglienza, finisce per ripercuotersi negativamente sui detenuti - nella maggior parte dei casi condannati a pene brevi - costretti all’espiazione intramuraria.

Condizioni inumane e degradanti, assenza di risorse e la perdurante prevalenza di una visione carcerocentrica finiscono per annientare, già in partenza, il principio costituzionale che imprime al carcere - e più in generale ad ogni modalità di espiazione della pena - una finalità rieducativa. Il che significa garantire il reinserimento sociale del condannato senza che il reato commesso si tramuti in uno stigma.

Non bisogna tralasciare l’impatto che tali fenomeni producono sulla vita dei nostri detenuti. Dati alla mano: a poco più di metà anno, sono 53 i casi di suicidio all’interno delle mura carcerarie; pochi in meno rispetto a quelli registrati complessivamente l’anno precedente, pari a 61. Non si tratta certamente di episodi sconnessi dalla realtà che vivono i nostri detenuti e per la quale sembra vincere l’indifferenza. Dobbiamo smettere di pensare al carcere come “luogo comune”, come oggetto di scontri ideologici che trascendono il cuore della questione, perché finalizzati a mostrare disappunto, sia per un verso che per un altro, per l’intero sistema penale. Dobbiamo, invece, iniziare a guardare il carcere come luogo finalizzato al reinserimento sociale del condannato: solo questa attenzione sarà in grado di farci percepire i deficit, normativi e (soprattutto) di risorse, che devono essere colmati. È necessario che vengano adottate soluzioni.

Sul piano normativo, un punto di svolta sembra essere in arrivo con la riforma Cartabia, in tema di giustizia riparativa - per la quale è appena arrivato il parere delle Camere. Più in generale, serve prevedere e attuare strumenti che garantiscano al meglio i diritti dei detenuti, fra i tanti anche quello all’affettività. Il trattamento loro riservato, infatti, è direttamente proporzionale all’importanza e alla rilevanza che il nostro Paese riserva alla tutela dei nostri diritti: è questione che concerne, quindi, il futuro della collettività.

Sul piano delle risorse, invece, è necessaria la presenza di operatori sociali. Dobbiamo investire sulle competenze professionali al fine di implementare l’offerta culturale e formativa anche negli Istituti penitenziari. È un percorso lungo e faticoso per la realizzazione del quale, però, è necessario muovere i primi passi. Questo era certamente un momento propizio, sfuggito di mano a quanti credono ancora che il carcere sia solo questione di (non) consensi.