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di Fabrizia Giuliani

La Stampa, 13 aprile 2025

Il rischio è assuefarsi: non registrare più, non stupirsi più, figuriamoci indignarsi. Emergenza carceri, sovraffollamento, strutture fatiscenti, carenza di personale e via così. Formule ineccepibili, pensate per chiudere bene i fatti, sigillarli e non esserne toccati. Così parlano i verbali, le relazioni, le audizioni parlamentari e così parliamo anche noi. Noi che lo sappiamo quali sono le condizioni delle nostre prigioni, quelle per adulti e anche quelle per i minori, sempre per restare alle locuzioni indolori, quelle dove stanno i ragazzi e le ragazze e a volte portano nomi che generano ossimori. Come il Beccaria di Milano, titolato alla parte migliore della nostra storia, dove meno di un anno fa sono stati arrestati agenti per torture e da dove si continua a evadere.

Dovremmo averla nel sangue, nel Dna, la consapevolezza che la pena non può tradursi, mai, in violenza e che lo Stato per punire un delitto non deve compierne un altro, non avremmo dovuto lasciarla nel secolo che voleva portare la luce anche dove non meritava di andare. E invece non è germogliata, questa cultura, se per cultura intendiamo non solo la coscienza di pochi, ma senso comune e istituzioni a norma. Non vogliamo accusare nessuno, scrivono i parenti di Tiziano Paoloni, detenuto a Regina Coeli in attesa di giudizio ora in coma, del quale questo giornale ha dato ieri notizia. Abbiamo domande, continuano, perché le cose non sono chiare. Raccontano un pellegrinaggio, la ricerca a tentoni per ricostruire il viaggio che lo ha portato dalla cella allo Spallanzani con diagnosi di meningite. Mettono insieme i frammenti: le testimonianze degli altri detenuti, dei loro parenti, le assenze sospette nell’ora d’aria e alla messa, il peggioramento, l’impossibilità di raggiungerlo, il ritrovamento in ospedale e le lacrime della dottoressa che lo ha in cura. Leggiamo oggi di un’altra Via Crucis nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino: riguarda una detenuta con diagnosi di schizofrenia grave, invalida, per la quale le condizioni carcerarie sono, evidentemente, impossibili da sostenere. Il Tribunale lo ha ribadito due volte, i legali sono preoccupati, la sua vita è a rischio. Non dovrebbe stare in cella, non rappresenta in alcun modo un pericolo per nessuno, eppure solo in prigione ha trovato una forma di solidarietà, le compagne che si preoccupano per come sta e lo segnalano.

L’ultima volta che è stata scarcerata è stata lasciata su un marciapiede per poi essere nuovamente arrestata: violazione dei domiciliari, citofonava agli inquilini dei palazzi. La prigione sovraffollata, dove non passa nemmeno l’aria e le condizioni sono proibitive, sembra l’unica destinazione possibile per chi, evidentemente, dovrebbe stare altrove e più che di pena ha bisogno di cure. Per chi non ha sbagliato, ma è solo malata e vulnerabile, come questa donna. Le domande dei parenti di Tiziano Paoloni, senza retorica, sono le nostre. Le carceri non possono essere terra di nessuno, luoghi che inghiottono e poi si richiudono, dove vigono leggi proprie e si salva solo chi può: chi non è solo, chi ha i mezzi, avvocati preparati o anche solo una famiglia, visite frequenti, sorelle tenaci, che non arretrano mai. È inaccettabile che le disuguaglianze di partenza diventino esiziali, in caso di pena, non solo per sacrosante ragioni morali e umanitarie. Il punto è politico: la pena deve garantire chi è fuori ma anche chi è dentro, perché qui passa confine tra paesi democratici e paesi che non lo sono. Se vogliamo che le istituzioni restino credibili dobbiamo pretenderlo.