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di Teresa Olivieri

Italia Oggi Sette, 10 agosto 2026

Il diritto all’informazione e alla comunicazione per le persone recluse esiste sulla carta, ma nella quotidianità penitenziaria si scontra con una profonda spaccatura temporale e culturale. La tv a canali limitati e i giornali in ritardo non bastano più a garantire un legame con la realtà. Si crea così un divario che rischia di vanificare la tutela del diritto all’informazione e alla libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. A bloccare l’adeguamento delle carceri non sono solo i vincoli di bilancio, ma una vera e propria resistenza ideologica. L’amministrazione penitenziaria tende infatti a percepire la tecnologia come una minaccia costante alla sicurezza, anziché come un’alleata del percorso di reinserimento.

A denunciarlo è Daniela De Robert, giornalista ed ex componente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale: “Il DAP ha il sacro terrore delle tecnologie: la tecnologia è vista come un nemico pericolosissimo”. L’esempio più evidente è la storia delle videochiamate. Prima del Covid-19, l’uso di Skype per i colloqui familiari veniva negato anche di fronte a situazioni dal forte valore umano ed educativo, come consentire a una madre di aiutare la figlia nei compiti. “Ci è voluto il Covid. Con il Covid, all’improvviso hanno dovuto” racconta De Robert. L’emergenza ha dimostrato che la tecnologia non comprometteva la sicurezza, ma riduceva le tensioni interne. Eppure, superata la crisi acuta, la spinta è stata quella di tornare indietro, guidata da un rinnovato securitarismo.

Lo stesso filtro sbarra la strada all’istruzione e all’università. I progetti per consentire l’accesso offline alle videolezioni o ai portali accademici si scontrano con una diffidenza sistemica. Si arriva al paradosso di infantilizzare le persone ristrette, impedendo loro persino di inserire in autonomia la password su una intranet accademica, lasciando che sia l’educatore a farlo. “Ma perché questo atteggiamento? Cos’è, un minus?” osserva De Robert. “Come fanno a responsabilizzarsi appena escono dal portone, se prima neanche possono entrare in un’intranet?”.

Garantire un’informazione aggiornata e dare la possibilità di esprimersi è un pilastro di crescita democratica. Coinvolgere un detenuto nell’analisi della cronaca funziona come il teatro: agisce da specchio e stimola la rielaborazione personale. Il principio 5 delle Regole Penitenziarie Europee stabilisce che la vita negli istituti deve assimilare gli aspetti positivi della vita libera. Superare la fobia della tecnologia ed estendere il diritto all’informazione non significa indebolire i controlli, ma restituire dignità alle persone per prepararle al rientro nella società, fa notare De Robert.