di Eleonora Martini
Il Manifesto, 6 maggio 2026
Sovraffollamento record con 64.436 reclusi. Oggi il commissario Doglio in audizione. Aveva 42 anni e una figlia di sei, l’assistente capo palermitano in servizio nella casa circondariale di Torino che il 30 aprile scorso ha deciso di togliersi la vita nella propria abitazione. Tre giorni dopo, il 4 maggio, dietro le sbarre di quello stesso carcere in cui lavorava l’agente di polizia penitenziaria, si è suicidato Francesco Curcio, detenuto di 54 anni. Nel penitenziario torinese Lorusso e Cutugno la comunità di agenti e detenuti ha pianto così il terzo morto nel giro di due mesi.
Il giorno prima, il 3 maggio, a Parma invece un giovane di soli 27 anni, “straniero, tossicodipendente, debilitato”, come lo descrive il Garante dei detenuti regionale Roberto Cavalieri, è morto in ospedale dopo tre giorni di agonia. Si era impiccato poco dopo il suo arresto; era in custodia cautelare “per non avere ottemperato all’ordine di allontanamento dalla città, dopo avere scontato una precedente condanna. Per lui - commenta Cavalieri - era necessaria una soluzione diversa dalla carcerazione”.
Dall’inizio dell’anno se ne contano già 19, di persone detenute che si sono tolte la vita nelle prigioni italiane. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone “il rischio di suicidio in carcere è circa 25 volte superiore rispetto alle persone in libertà”. Mentre il sindacato Sappe fa notare che “in termini percentuali, i suicidi dei poliziotti penitenziari sono il doppio dei colleghi delle altre forze dell’ordine”. Secondo gli ultimi dati raccolti dal Sappe, “dal 2012 al marzo 2024, i sindacati hanno documentato 85 suicidi nel Corpo; nel solo 2024 si contano altri 7 colleghi che non hanno retto”.
Gesto insondabile per antonomasia, il suicidio. Ma è certo che le “condizioni delle carceri sono disperate” per detenuti e detenenti, come riassume Patrizio Gonnella, presidente di Antigone il cui fermo immagine registra il superamento della soglia delle 64.000 presenze (erano 62 mila a fine 2024). “Al 30 aprile si contavano nelle prigioni italiane 64.436 persone detenute.
Da fine marzo la crescita è stata particolarmente significativa, 439 persone in più in un mese, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità. I posti realmente disponibili erano invece 46.318 e il tasso di affollamento era ormai del 139,1%. 73 istituti su 189 registravano un tasso pari o superiore al 150%”. Servirebbe fermare la furia securitaria del governo Meloni; occorrerebbero “provvedimenti urgenti che riportino il sistema penitenziario in linea con il dettato costituzionale” e che “il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ritirasse tutte quelle circolari che negli ultimi anni hanno reso il carcere un luogo chiuso, asfittico e senza speranza”, osserva ancora Gonnella.
Mentre invece il governo è afono, ripiegato su un piano di edilizia penitenziaria che si realizza ad una velocità assai inferiore a quella con cui cresce il numero di reclusi. Su iniziativa del M5S, il commissario straordinario Marco Doglio sarà in audizione oggi alle 15 in commissione Giustizia della Camera proprio per fare chiarezza sullo stato di avanzamento dei lavori.











