di Cataldo Intrieri
Il Domani, 22 giugno 2025
Da molte cose si può valutare lo stato della democrazia in un Paese e della salute della sinistra. In Italia un termometro efficace, ad esempio, è costituito dalle trasmissioni televisive che si occupano di problemi giudiziari. Senza particolare distinzione tra conduttori di destra e sinistra esse si caratterizzano per la diffusa ignoranza dei profili tecnici, i reiterati strafalcioni giuridici, le grossolane semplificazioni. Il campionario si arricchisce di novità. Da ultimo, dopo le sentenze e le ordinanze di custodia cautelare, la furia anti giudiziaria dei conduttori modello “rete quattro” colpisce addirittura un istituto di sicuro stampo garantista come l’avviso di garanzia. Previsto dal codice penale solo per specifiche occasioni (la necessità per gli inquirenti di svolgere determinati atti che richiedono il necessario intervento del soggetto indagato) esso ha la finalità di consentire all’inquisito di poter intervenire nelle varie procedure con l’assistenza di un difensore di fiducia.
Modello americano - Possibile lamentarsi di questo? Ebbene sì, Nicola Porro ne ha fatto oggetto di una lunga tirata nella sua fortunata trasmissione nel dialogo tra “affinità elettive” con Giuseppe Cruciani. Tutto legittimo, per carità, a patto di spiegare alla folla aizzata di cosa si parla. Nel caso di specie, lo scudo penale totale per le forze dell’ordine quando causino delle vittime nel corso di operazioni di prevenzione e repressione da loro condotte. Il modello è quello statunitense, per intenderci, che ha consentito più volte l’impunità agli agenti di polizia che avevano compiuto abusi nei confronti di fermati e arrestati.
I casi più eclatanti sono stati l’omicidio di Amadou Diallo nel 1999 e quello di George Floyd nel 2020 che originò il movimento Black Lives matter.
L’avviso di garanzia consegnato ai poliziotti che hanno ucciso l’assassino del povero brigadiere capo dei carabinieri, Carlo Legrottaglie, è un mezzo necessario per consentire agli stessi di intervenire all’autopsia del malvivente da loro ucciso con modalità che ancora nessuno ha spiegato. L’alternativa è che neanche si facciano indagini su eventuali colpe e abusi di cui possano rendersi responsabili le forze dell’ordine. Semplicemente lo stato di polizia: questo è il modello Porro-Cruciani con buona pace dei trascorsi liberal-radicali. È questo “quello che rimane del giorno”? Il crepuscolo dei livori?
Le carceri - Ma il racconto della democrazia di un paese è costituito anche da altro come le carceri, che da noi sono una vergogna, ma anche il residuo campo di battaglia di ciò che una volta era “la lotta di classe”. In un bellissimo libro (L’amore in gabbia, Castelvecchi) Donatella Stasio racconta come i sentimenti, il riscatto e la salvezza possano consentire di sottrarsi a un destino segnato, raccontando la storia vera di Gianluca, un sopravvissuto alla reclusione e alla repressione. Un libro che come pochi racconta il senso dell’amore e a cosa serva un carcere “avanzato” come quello di Bollate, unico in Italia dove è consentita una vera socializzazione e una libertà interna di movimento ignota altrove. Dove la finalità esclusiva è consentire di poter guadagnare la libertà troncando col proprio passato, una scommessa che si può vincere la maggior parte delle volte.
Il rischio dell’errore - Certo, esiste il rischio dell’errore, che la fiducia non venga ripagata (è successo, lo sappiamo), ma ciò che non capisce il rancore ottuso predicato a destra è che la negazione della possibilità porta in sé la certezza di nuove ricadute una volta che il condannato finisca la pena. Non si può buttare la chiave per tutti e per sempre. Bisogna scommettere sulla speranza.
Stasio è stata responsabile della comunicazione della Consulta, una novità assoluta per una istituzione tradizionalmente austera, ed è stata promotrice in tale veste di una iniziativa unica: quella di portare i giudici della Corte nelle carceri. La visione del film che ne fu tratto è toccante come la lettura del libro. Qualche giorno fa in un convegno organizzato dalla rivista Penale, diritto e procedura, il vicepresidente della Corte, Francesco Viganò, ha ricordato quella esperienza e sottolineato che in Norvegia, dove il modello Bollate è quello istituzionale, i risultati sulla recidiva sono eccezionali e le spese di mantenimento la metà di quelle italiane. Esiste un “diritto mite” che parla la lingua di sinistra dell’utopia e dei sentimenti e di cui non ci si dovrebbe vergognare. “C’è del buono in questo mondo: è giusto combattere per questo” (J. R. R. Tolkien).











