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di Francesco La Licata

 

La Stampa, 7 maggio 2020

 

La telenovela che da qualche giorno va in scena fra talk show e Parlamento sulle contrastanti versioni fra il giudice Di Matteo e il ministro Bonafede a proposito della mancata nomina del primo a capo della direzione delle carceri italiane non sembra poter offrire il giusto chiarimento, neppure dopo che il Guardasigilli si è immolato al fuoco di fila dei colleghi parlamentari.

C'è qualcosa che non quadra nella ricostruzione del ministro, confermata anche ieri alla Camera. Attenzione, nessuno vuol sposare tout-court la tesi che Bonafede abbia cambiato idea, sul ruolo (direttore del Dap) da assegnare a Di Matteo, per aver ceduto alle pressioni dei detenuti mafiosi intercettati in cella a lamentarsi per l'eventualità della nomina di un magistrato visto dai boss come fumo negli occhi. È molto probabile che non sia, questa, la causa del ripensamento del ministro.

E c'è da dargli ragione quando afferma che le "lamentele" dei detenuti "importanti" erano conosciute già da qualche settimana prima del contatto col magistrato a cui proponeva l'incarico di direttore dell'amministrazione penitenziaria. Se già era al corrente delle reazioni "pericolose" dei boss è abbastanza logico pensare che non avrebbe dovuto neppure pensare a Di Matteo per quel ruolo, se avesse avuto in animo di cedere alle pressioni.

Ma così non è avvenuto. Il ministro, in sostanza, conferma di avere fatto la proposta a Di Matteo, offrendogli la possibilità di scegliere fra il Dap e la Direzione degli Affari penali. Ma quando Di Matteo, che aveva chiesto un po'di tempo per pensarci, torna e chiede la direzione delle carceri, Bonafede gli comunica che quel posto è già stato assegnato al magistrato Francesco Basentini.

Quindi sembra avere ragione Di Matteo quando avanza il dubbio che "qualcosa", nel frattempo, deve essere intervenuto a modificare l'iniziale determinazione del Guardasigilli. Già, ma cosa può essere accaduto? Anche se non lo ha detto mai esplicitamente, l'idea che avanza Di Matteo è legata alla minacciata "rivolta" dei boss, preoccupati che un uomo come quel pubblico ministero potesse stringere le maglie del carcere duro, nell'ultimo periodo abbastanza allargate.

È, questa, una tesi abbastanza in linea con la caratterizzazione di uomo duro e obiettivo preminente di Cosa nostra, che è andata a crearsi sul personaggio Di Matteo. Ma è una tesi che il ministro liquida come "banalizzazione". E allora si torna alla domanda iniziale: cosa ha fatto cambiare idea a Bonafede, tanto da indurlo ad offrire, in alternativa, un posto che neppure era libero (era stata appena nominata agli Affari penali Donatella Donati) e non sarebbe stato facile "liberare", se non "convincendo" la titolare ad accettare un trasferimento? E se la Donati non si fosse fatta convincere, in quale guaio maggiore si sarebbe trovato il ministro, costretto a deludere per la seconda volta un magistrato considerato "amico"?

Le vicende di giustizia e politica non sono mai state "storie semplici" nel nostro Paese. E le nomine, per tradizioni decennali, sono state sempre sottoposte al vaglio e al giudizio di più protagonisti: i partiti, gli amici dei politici, le correnti della magistratura, gli interessi di gruppi di potere e i "debiti di riconoscenza" che si intrecciano nel tempo.

È legittimo pensare, dunque, che un posto come la direzione del Dap possa aver fatto gola (soprattutto lo stipendio) a qualcuno in grado di intervenire sul ministro per fargli cambiare idea, dando il "consiglio" di nominare Francesco Basentini. Il sospetto è che nelle more della decisione di Di Matteo possa essere intervenuto un input, anche molto qualificato e "pesante", che ha fatto prevalere il "consiglio" su Basentini.

Anche se questi, sia detto con tutto il rispetto, non si presentava come il candidato ideale per un ufficio "strategico" nella lotta alla criminalità mafiosa, avendo prevalentemente lavorato in un territorio (la Basilicata) abbastanza immune dal contagio della grande criminalità. All'attivo di Basentini un'inchiesta su una "rimborsopoli" alla Regione lucana e un'altra sulle estrazioni petrolifere "sospette" che coinvolsero 10 società importanti ed anche l'Eni.

Indagine che suscitò parecchio interessamento e coinvolgimento politico e clamore mediatico. Ma c'è un altro aspetto che può avere influito sull'indecisione di Bonafede. Questa storia risale al 2018 e da Caltanissetta aveva appena avuto inizio il terremoto che ha poi smascherato il "grande depistaggio" sulla strage di via D'Amelio.

Una vicenda che ha coinvolto anche il giudice Di Matteo (indagò sul pentito Scarantino, poi rivelatosi un depistatore), anche se il Pm è rimasto estraneo alle successive indagini. Ci può essere stato imbarazzo da parte del ministro? Ma Bonafede non fa cenno alla vicenda, come pure tace sull'errore di aver nominato un direttore del Dap rivelatosi inadeguato nella gestione dell'emergenza Covid nelle carceri. Che ha pure mentito sul numero dei detenuti "liberati": non una quarantina, ma 376.