di Eleonora Martini
Il Manifesto, 22 novembre 2025
Il convegno dell’associazione Antigone per analizzare l’impasse e ridare slancio al ruolo del National Preventive Mechanisms. Palma: “Serve una griglia strutturale per evitare che l’efficacia dipenda dalle persone”. Ci sono metaforicamente tre sedie vuote, nella sala dove fin dal mattino si sono radunati ieri quasi tutti i Garanti dei diritti delle persone private di libertà personale - comunali, provinciali e regionali - provenienti da ogni parte d’Italia, chiamati a convegno dall’associazione Antigone che di questa authority è senz’altro la madrina. E ci sono tre posti in piedi vuoti, per quei convitati di pietra, durante il mezzo minuto di silenzio dedicato ai morti in carcere: solo nelle ultime 48 ore due detenuti suicida, a Como e a Torino. L’assenza dei tre componenti del collegio nazionale - Turrini Vita, Conti e Serio - che non hanno accettato l’invito, è un vulnus per tutti i presenti, qualunque sia l’orientamento politico delle amministrazioni che hanno determinato la loro nomina, qualunque sia il grado di conoscenza del proprio mandato, l’autorevolezza e l’indipendenza; che siano retribuiti o volontari.
Parte da qui, da questa mancanza - che poi è il precipitato della distanza siderale che divide ormai la rete dei 96 garanti territoriali dal collegio di nomina governativa - il convegno nazionale “Garanti. 1997-2025. Da quando Antigone propose l’istituzione dei Garanti alla necessità odierna di nuove prospettive”. Nella sede dell’Arci, a pochi passi dalla stazione Tiburtina di Roma, il livello della discussione è altissimo. Introdotto dal presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, il confronto tra i presenti è serrato: esperienze vissute, problemi emersi o falle normative rilevate. Si parla del potere di “moral suasion” che “non basta più”; di “difficoltà di farsi ascoltare e di incidere” presso le amministrazioni competenti (penitenziaria, amministrativa o sanitaria); di “blocchi comunicativi”, con le autorità e con i media ma anche tra gli stessi garanti; o di limiti imposti ai garanti regionali ma non a quelli nazionali, come per esempio negli incontri con i detenuti in 41bis. Un’occasione necessaria per fare il punto dello stato di salute dei luoghi di reclusione (ospedali, Rsa, Cpr, camere di sicurezza, carceri) e di questa figura che in Italia interpreta il ruolo di Meccanismo Nazionale di Prevenzione (NPM) della tortura. Nel tentativo di imprimerle un nuovo slancio.
“Il momento è drammatico: nelle carceri va perfino peggio che ai tempi della sentenza Torreggiani perché, a differenza di allora, il governo è inerte e quindi il trend è in crescita”, fa il punto Stefano Anastasia, garante regionale del Lazio che chiede ai presenti di “serrare le fila, qualificando la nostra azione, rivendicando indipendenza, rafforzando le relazioni con la società civile e con lo stesso personale penitenziario, mortificato nelle professionalità da questa situazione”. Samuele Ciambriello, Portavoce della Conferenza territoriale, come molti altri solleva il tema della nomina dei garanti, troppe volte con un passato nella stessa amministrazione penitenziaria e perfino un presente in quelle istituzioni che si sarebbe chiamati a controllare. “Come possono ruoli che implicitamente generano conflitti di interesse garantire l’efficienza, la trasparenza e l’imparzialità che tale ruolo richiede?”. Nomine troppo spesso “ad personam” e non, come dovrebbe essere, per effetto di un bando e con il sugello del voto dei consigli comunali o regionali.
È questo uno dei nodi più problematici messi a fuoco nelle conclusioni affidate all’ex Garante nazionale (Gnpl) Mauro Palma. L’ultimo ad aver consegnato al Parlamento, nel giugno 2021, la relazione annuale sulle carceri prevista dallo stesso statuto del Gnpl. “Siamo in un momento di attacco, anche all’indipendenza, della figura del garante. Ritengo però che sia finita la fase sperimentale e che ora sia arrivato il momento di dare una griglia strutturale a questo ruolo per evitare che la sua efficacia dipenda dalle persone”, afferma Palma facendo riferimento soprattutto ai garanti comunali che dovrebbero adottare le linee guida messe a punto dall’Anci due anni fa. “Il garante non è l’estensione dell’assessore o il supplente dell’amministrazione”, ammonisce. E non si sovrappone neppure alla magistratura di sorveglianza. Poi, per la prima volta, forse, il presidente del primo Collegio nazionale riserva una strigliata anche ai dipendenti dei penitenziari: “Un personale è dignitoso anche quando si fa rappresentare da persone dignitose”.
Riforme normative non occorrono, e non è certo questo il momento migliore, fa notare Palma che riassume: “Sono cinque i punti da chiarire: il nome dell’istituzione, l’ambito territoriale, l’ambito tematico, i criteri di nomina e il metodo di lavoro”. L’attività di reporting con le raccomandazioni, per esempio, “è tanto fondamentale quanto l’attività di visita ispettiva”. Servono invece “nuovi criteri di uniformità interna”. Palma sprona la platea allo studio, a prendere come riferimento gli organismi sovranazionali, e alla piena consapevolezza della centralità di questa figura che sta crescendo sempre più, ed è per questo che è sotto attacco. Affinché sia tutta la rete, e non solo il Garante nazionale, a ricoprire il ruolo di National Preventive Mechanisms.









