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di Giacomo Salvini


Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2021

 

La fiducia c'è, bulgara, anche alla Camera: 535 sì, 56 no e 5 astenuti. Il governo Draghi non riesce a superare il record di Mario Monti del 2011 (556 favorevoli) ma da oggi può iniziare a lavorare. Con una prima grana tutta politica: la scissione nel M5S. Dopo i 21 dissidenti al Senato, alla Camera.

Dopo aver ascoltato ogni intervento, il premier parla per 13 minuti soffermandosi su ciò che non aveva toccato nel suo discorso programmatico: imprese, corruzione, appalti e sport. Ma è sulla giustizia che si concentra di più, incassando applausi scroscianti da tutto l'emiciclo.

Se al Senato aveva accennato solo alla riforma della giustizia civile, il premier a Montecitorio affronta anche lo spinoso tema di quella penale, che divide la maggioranza: "Bisognerà intraprendere azioni innovative per migliorare l'efficienza della giustizia penale che rispetti tutte le garanzie e i principi costituzionali che richiedono un processo giusto e un processo di durata ragionevole, in linea con la media degli altri Paesi europei" dice. Lungo applauso, solo i deputati di Fratelli d'Italia non si muovono. Poi Draghi, sollecitato durante gli interventi da molti deputati come il renziano Roberto Giachetti, si sofferma anche sullo stato delle carceri: "In tempi di pandemia non dovrà essere trascuratala condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri spesso sovraffollate - conclude il presidente del Consiglio - esposti al rischio della paura del contagio e particolarmente colpiti dalle misure necessarie per contrastare la diffusione del virus".

Standing ovation. Come fare una riforma del processo penale mettendo mano a temi divisivi come la prescrizione con una maggioranza che va dal M5S a Forza Italia, Draghi non lo dice. E in pochi ci credono davvero. Ma per ora va bene così. La fiducia c'è, per le divisioni di una maggioranza così variegata ci sarà tempo. Anche se le dichiarazioni di voto fanno capire che la distanza tra i partiti sulla giustizia è tanta, quasi incolmabile, e Lega, Forza Italia e Italia Viva non possono farsi scappare l'occasione di provare a spazzare via le bandiere del M5S.

Così la capogruppo renziana Maria Elena Boschi applaude alla svolta "garantiste" del governo per superare la "patologia giustizialista di Conte", il berlusconiano Roberto Occhiuto chiede una riforma "che non sia figlia dell'ispirazione giustizialista" mentre il capogruppo della Lega Riccardo Molinari tira fuori la spada di Damocle che in questi giorni incombe sulla maggioranza, ovvero la prescrizione: "Noi rinunciamo ai nostri totem ideologici e chiediamo anche agli altri di farlo - alza i toni - ma di prescrizione si può e si deve parlare".

I 5 Stelle però fanno muro: "Il reddito di cittadinanza non si tocca e per snellire i tempi del processo si parta dalle nostre riforme già depositate: non faremo passi indietro". Nella sua replica Draghi parla anche di lotta alla corruzione che "deprime l'economia" e "la concorrenza" da combattere con legalità e semplificazione delle norme sugli appalti e dedica qualche passaggio alle imprese rilanciando l'industria 4.0 e allo sport citandole Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

Il resto del dibattito scorre liscio tra paragoni con Alcide De Gasperi di Bruno Tabacci ("Il politico diventa un uomo di stato quando pensa alle prossime generazioni più che alle prossime elezioni") e l'intervento di Giorgia Meloni che, omettendo la fonte, cita il comunista Bertolt Brecht: "Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati - dice - non avere un'opposizione avvicinerebbe l'Italia alla Corea del Nord". Anche Nicola Fratoianni vota "no" (ma da sinistra), il deputato leghista Gianluca Vinci passa con l'opposizione a FdI e sono ben 10 gli interventi in dissenso del M5S. Alla fine i ribelli saranno 16. Tutti espulsi.