di Raffaele Grimaldi
agdnotizie.it, 12 ottobre 2024
Papa Francesco: propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza. In questi ultimi mesi, le criticità delle nostre carceri, hanno creato un gran fermento nei mass media e molti dibattiti sia in politica che nel mondo ecclesiale e nelle associazioni di volontariato presenti nei nostri istituti. Nelle carceri bisogna sanare le ferite di molte vite fragili, non mortificarle né calpestarle né lasciarle nella solitudine e nell’abbandono. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (Art. 27 della Costituzione). Questi luoghi di pena devono avere solide basi di profonda umanità. E, con l’impegno di tutti, vanno umanizzati sempre più gli istituti penitenziari, affinché non siano luoghi di rabbia, violenze e “disordini”, ma ambienti dove il condannato è accompagnato dagli operatori penitenziari, attraverso molteplici attività trattamentali, e sostenuto per una vera rieducazione, un cammino di rinascita e un futuro inserimento sociale. Purtroppo, il cronico sovraffollamento e la mancanza di personale nelle diverse mansioni non aiutano il ristretto a vivere un percorso di reinserimento. Anzi, c’è il rischio che ne siano calpestati i diritti e la dignità; rischio che, in questo contesto, coinvolge anche il personale penitenziario.
Il dramma dei suicidi nelle celle - Oggi, di fronte al dramma dei suicidi in carcere, si corre il rischio di abituarci a questi eventi estremi, conseguenza della solitudine e del sentirsi abbandonati, di relazioni interrotte, del sentirsi giudicati e condannati senza misericordia. Ma, soprattutto, è forte il sentimento di angoscia per la mancanza di speranza e di futuro. Anche papa Francesco, lo scorso 18 maggio, incontrando i detenuti del carcere di Verona, ha incoraggiato i ristretti a “Non cedere allo sconforto. …] La vita è sempre degna d’essere vissuta”. I nostri istituti non devono essere solo visti come luoghi punitivi, dove viene rinchiuso lo scarto della società, ma luoghi dove sono presenti persone fragili, che davanti alla privazione della libertà personale si disperano. E spesso commettono atti autolesionistici. E, purtroppo, anche auto-soppressivi.
Aumentano le persone fragili - In questo tempo di criticità, occorre fare una riflessione onesta e attenta sulle molteplici problematiche che si vivono con drammaticità negli istituti di pena. Negli ultimi anni si sono concentrati gruppi di persone più vulnerabili e più fragili: i giovani, le persone disadattate con disturbi mentali e problemi per abuso di sostanze stupefacenti, che hanno determinato un aumento esponenziale del rischio suicidi.
Ripensare il sistema carcerario - Bisognerebbe ripensare il carcere. E, forse, avere il coraggio di fare qualche passo indietro, per le diverse scelte discutibili fatte, in questi ultimi anni, dai diversi governi, soprattutto con la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) nel 2015. L’istituzione delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), che avrebbero dovuto sostituire gli Opg e ospitare i detenuti con problemi psichiatrici, s’è rivelata insufficiente allo scopo. Purtroppo, a oggi, per molti detenuti affetti da patologie psichiatriche, non può essere assicurata l’assistenza sanitaria presso queste strutture per mancanza di posti disponibili. E, quindi, si è costretti ad allocare questi soggetti fragili in strutture penitenziarie ordinarie, dove il personale in servizio, con tutta la sua buona volontà, non è preparato ad affrontare questa emergenza sanitaria.
I suicidi nelle nostre carceri, che in questi ultimi tempi sono stati numerosi, sembrano una storia infinita, che si ripete puntualmente ogni anno e conta numeri sempre più elevati di coloro che si tolgono la vita: malati psichiatrici, stranieri, senza fissa dimora, giovani, a volte uomini senza speranza e futuro. Ma soprattutto, da non sottovalutare, c’è anche una fragilità psicologica che porta il ristretto a una decisione estrema. Molti si tolgono la vita alla loro prima esperienza detentiva, al termine del loro fine pena o alla vigilia della loro uscita dal carcere tanto sperata, perché sono spaventati, terrorizzati dalla paura di non farcela, di non trovare un vero inserimento e accoglienza in una società molte volte chiusa nell’indifferenza e nell’egoismo, che condanna senza misericordia gli errori commessi.
Diminuiscono i diritti di chi è recluso - In questi ultimi tempi stiamo assistendo a continui disordini all’interno dei nostri istituti penitenziari. E ascoltiamo e leggiamo giuste denunce per la poca attenzione e sensibilità verso la difesa e la mancanza dei diritti e la dignità dei carcerati. Non basta però solo denunciare, quando uomini e donne reclusi sono dietro le sbarre. Abbiamo bisogno di uomini di buona volontà per l’accoglienza, per aiutare e prendersi cura di chi varca le soglie del carcere, per aiutarli a riprendere la loro piena libertà, offrendo un lavoro dignitoso e un’abitazione.
Cosa possiamo fare di più? - Nel fare il nostro esame di coscienza, davanti ai mille volti di dolore che tendono le loro mani e ci chiedono un aiuto concreto, dobbiamo anche avere il coraggio di confessare le nostre omissioni, le nostre paure, le nostre mancanze di carità e di attenzione. Le denunce, il puntare l’indice su eventuali responsabili, la rabbia per i drammi che si vivono nelle carceri… tutto ciò è giusto, ma non basta. Molti detenuti che escono dal carcere, molto spesso sono persone sole e senza alcun riferimento familiare; occorre aiutarli con supporti psicologici, con strutture per l’accoglienza, offrendo un lavoro che possa dare loro dignità. Sono ben consapevole che tali soluzioni non sono facilmente realizzabili per la complessità della problematica. Sia come Chiesa che come società civile chiediamoci: cosa possiamo fare di più? Siamo un po’ tutti coinvolti e interrogati per i molteplici suicidi. Certamente un ristretto che si toglie la vita costituisce il fallimento più evidente del ruolo punitivo dello Stato.
Non bastano i proclami - Per rassicurare l’opinione pubblica, non bastano i proclami sulla sicurezza; c’è bisogno di offrire un futuro e una speranza a coloro che escono dal carcere dopo aver scontato la pena. Se non trovano l’aiuto necessario e l’umana accoglienza, per queste persone il rischio di ritornare a delinquere è molto alto. Davanti a questo scenario drammatico, cerchiamo di avere uno sguardo cristiano carico di speranza. L’Anno giubilare 2025 sia di incoraggiamento, come ci ricorda papa Francesco nella Bolla d’indizione: “Saremo chiamati a essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio”.
La voce profetica di papa Francesco - La voce profetica del Pontefice è rivolta anche ai Capi di governo, affinché abbiano cura di coloro che sono reclusi, non inasprendo le pene, ma lasciando loro “il diritto alla speranza”. “Propongo ai Governi che nell’Anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza, forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”. Auguriamoci che quanto auspicato dal Santo Padre possa trovare pieno consenso presso tutti gli uomini di buona volontà.










