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di Pietro Buffa*

Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2024

Che il sistema penitenziario italiano sia sovraffollato è ormai quasi una non-notizia tanto è sbandierata in decine di interventi pubblici ed articoli. Chi conosce la storia penitenziaria sa che è da sempre così. Sino al 1990 si provvedeva con periodiche amnistie ed indulti che calmieravano la pressione all’interno degli istituti penitenziari. La modifica dell’articolo 79 della Costituzione, intercorsa nel 1992, con la previsione di una maggioranza di due terzi per la loro approvazione, considerate le dinamiche parlamentari del nostro Paese, ha reso difficile, se non impossibile, adottare questi provvedimenti. Si pensi solo all’insuccesso che seguì il messaggio al Parlamento di Papa Giovanni Paolo II e alle resistenze che accolsero quello del Presidente Napolitano nel 2013, pur a fronte delle forche caudine della Corte europea dei Diritti dell’uomo che aveva condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti in ragione di un sovraffollamento strutturale che vedeva quasi 70.000 detenuti presenti.

In quella circostanza il rischio di pagare risarcimenti milionari smosse, se non le coscienze, almeno l’interesse a modificare alcune norme già esistenti per incrementare l’uscita dal carcere di migliaia di persone. L’onda di quel momento diede lo spunto per far crescere, negli anni successivi, un sistema di pene alternative e di comunità con il chiaro intento di ridurre l’incarcerazione. A distanza di pochi anni, nel 2019, una parte dei commentatori delle questioni penitenziarie applaudì come una buona notizia il “pareggio” che vedeva 60.000 persone in carcere contro altrettante soggette aduna misura penale esterna.

Oggi, dati alla mano del ministero della Giustizia, se contiamo quasi 62.000 persone detenute ne registriamo oltre 85.000 destinatarie di misure penali esterne. Forse non sono buone notizie. Il carcere non è diminuito ma sono più che raddoppiate le persone raggiunte da una misura penale che oggi colpiscono oltre 147.000 persone e, probabilmente, in futuro questa cifra è destinata ad aumentare. Nel frattempo i posti in carcere effettivamente disponibili sono circa 48.000 e alla fine di agosto i detenuti erano 61.758 con un saldo negativo di oltre 13.000 unità.

Sugli effetti non mi soffermo tanto sono noti ed immaginabili. Certo è che questo argomento diventa motivo di dissidio politico tra chi vorrebbe costruire nuove carceri, e chi ne chiede la decompressione attraverso misure amnistiali. Entrambe le soluzioni non possono essere, per vari motivi, risolutive. È quindi un dibattito infinito al quale siamo pressoché assuefatti e che svia la questione di fondo. Il sovraffollamento penitenziario non è un fenomeno a sé ma l’effetto di questioni irrisolte sulle quale si dovrebbe agire.

Non può essere tutto rinviato aduna presunta cattiveria, una, sorta di marchio di Caino, propria di una fascia di popolazione dedita al crimine e alla violenza. Dobbiamo riconoscere che lo zoccolo duro della popolazione detenuta è frutto di emarginazione e rifiuto nei processi scolastici, lavorativi, abitativi, di accoglienza migratoria, di cura, di distribuzione di risorse ed opportunità. Non sono opinioni; è sufficiente scorrere i dati della loro scolarizzazione, professione, condizione di vita, nazionalità. Si scoprirebbe che in questo il carcere non è mai cambiato. Nei libri di storia penitenziaria si ritrovano dati ricorrenti sulla marginalità di questa popolazione dolente, problematica e disturbante. In queste condizioni spesso si collocano i presupposti necessari alla commissione di reati predatori e violenti e, di conseguenza, alla incarcerazione.

Allora se gli sforzi della politica e di ognuno di noi andassero nella direzione di ovviare al fallimento di quei processi fondamentalmente riconosciuti dalla nostra Costituzione è molto probabile che il sovraffollamento penitenziario diminuirebbe proporzionalmente ai nostri sforzi di rendere il nostro Paese un mondo migliore.

*Criminologo, già dirigente del ministero della Giustizia