di Alessandro Giordano*
Il Messaggero, 20 novembre 2020
Un Paese moderno deve essere in grado di saper gestire le emergenze, ma anche di programmare il proprio futuro, sia prossimo che a lungo termine. Si tratta di scelte di indirizzo, non soltanto dettate dalla rincorsa del contingente, ma fondate su di una visione ad ampio raggio. I responsabili di una nazione efficiente, insomma, sono tenuti a governare l'oggi e il domani dei problemi degli amministrati.
Cito, a mero titolo esemplificativo, i temi delle infrastrutture e del territorio, che necessitano di una programmazione anche per quanto riguarda gli interventi manutentivi dell'esistente prima che si verifichino delle tragedie, spesso annunciate, la gestione dell'inquinamento e dei rifiuti (ricordo in Germania che già nell'anno 1980 era stata avviata un'attenta raccolta differenziata, tanto che oggi, dopo quarant'anni, i tedeschi si collocano al primo posto in Europa in tale campo), le politiche della sanità, che devono tenere conto del fabbisogno di assistenza medica della popolazione nei decenni a venire, ma pure in caso di scenari critici e tanti altri.
Anche il sistema carcerario nel suo complesso, dimenticato (spesso volutamente) dalla maggioranza della popolazione, rientra tra questi temi: uno Stato efficiente deve prospettarsi i fabbisogni futuri e supplire alle carenze di strutture e di personale con interventi risolutori, ma anche porsi il problema della gestione straordinaria, oggi costituita dalla pandemia da Covid-19 negli Istituti penitenziari afflitti dall'ormai cronica piaga del sovraffollamento.
È infatti di poco tempo fa la notizia di nuovi casi verificatisi proprio all'interno della Casa Circondariale di Rebibbia. Già la scorsa Pasqua, in pieno lockdown, il Papa aveva rivolto un appello ai potenti al fine di trovare "una strada giusta e creativa" per risolvere il problema del sovraffollamento nelle carceri nell'epoca della diffusione del virus.
In quella occasione avevo proposto alla Politica di approvare una normativa, non già demenziale, ma diretta ad applicare delle nuove misure alternative al carcere, più "agili", come l'impiego in lavori socialmente utili di quei ristretti destinatari di pene brevi, non pericolosi, non macchiatisi di reati odiosi e non autori di disordini o sommosse (il suggerimento è stato pubblicato nella rubrica "Lettere" di questo giornale, mercoledì 15 aprile 2020).
Una soluzione del genere permetterebbe di alleggerire il carico penitenziario in un periodo così delicato per la situazione sanitaria del Paese e di garantire l'esecuzione della pena in condizioni umane e non degradanti. Dunque, il messaggio di Papa Francesco oggi è sempre attuale, sia nell'ottica dello spirito evangelico diretto alla ricerca del bene comune, sia nella prospettiva laica, programmatica e gestionale, di uno Stato di diritto. Tuttavia, finora l'invito del Papa è rimasto senza eco, la pandemia continua a far sentire la sua voce, il legislatore il suo silenzio.
*Magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma











