di Filippo Fiorini
La Stampa, 13 febbraio 2025
Lo scorso anno le vittime furono 90. Suona un nuovo Sanremo sull’Italia, ma in carcere passano ancora “La Ballata del Miché”. L’ultimo si è impiccato due settimane fa, a Vigevano, Pavia. Era dentro per rapina a mano armata. Si chiamava Salvatore. Un colpo da 55 euro. L’arma era un coltello, che non ha usato contro nessuno. I soldi li ha pure restituiti. È stato il decimo, quest’anno, in un gennaio e un mezzo febbraio che rilanciano già sul record di 90 suicidi in cella segnato nel 2024. È un sintomo di stress del sistema. Sono quasi tutti criminali, farabutti, antisociali, spacciatori, assassini, stupratori, drogati, praticanti abituali degli altri 734 delitti elencati nel codice. È circa la cittadinanza di Siena, Agrigento, Cuneo. Sono maschi al 95%. Nel gergo dei penitenziari napoletani, la calca in cui vivono si dice stare “int’o’stritt”, ovvero, nello stretto. Nelle 24 lingue ufficiali dell’UE, più una che è la matematica, con cui il Consiglio d’Europa pubblica i suoi report annuali, si scrive 109% accanto alla voce “indice nazionale di sovraffollamento”. Un dato che il nostro garante nazionale dei detenuti alza al 133%. Solo sei nazioni sono peggio di noi. Inoltre, non tutti costoro sono colpevoli.
L’avvocato Gabriele Magno vive la sua professione come una missione contro le storture del codice di procedura penale. È presidente dell’Associazione Nazionale Vittime Errori Giudiziari. È giovane, ma ha la voce grave. È stato anche in Tv, perorando qualcuna delle sue cause. Dice che “chi si trova in carcere giustamente, patisce enormemente per la privazione della libertà. Esserci da innocente, significa convivere con un duplice dramma”. Ha visto che spesso la malagiustizia nasce da “un magistrato o dalla polizia giudiziaria che si incaponiscono su una pista che credono vera e che non abbandonano più, imprimendo uno stigma sulla persona, che perdura negli anni, a valle di qualsiasi riabilitazione”.
Nel maggio 2023, il ministero di Giustizia ha riferito al parlamento dati del 2022, per cui lo Stato ha pagato 27,3 milioni di euro in riparazioni per ingiusta detenzione. “Dal 2018 al 2022 abbiamo superato il miliardo in risarcimenti - spiega Magno - ma questo non è che un dato marginale. Le revisioni dei processi, infatti, sono un aspetto residuale. Gli indennizzi, invece, sono un fenomeno completamente diverso. Sono il 90% dei casi e spesso non sono calcolati nelle statistiche. Parliamo di tutti i procedimenti penali da cui poi scattano misure cautelari come carcere, domiciliari, divieto di dimora e quant’altro. Poi, tutto si conclude con un nulla di fatto, un’archiviazione. In questi casi, si può solo chiedere un indennizzo, che ha un limite di 500 mila euro”.
Cagliari, Cosenza, Firenze: i suicidi in carcere sono seminati a spaglio sul Paese e spaziano addirittura su tutti i ruoli del penitenziario, passando dai detenuti agli operatori. Nel 2025, però, la maggior parte è avvenuta in Emilia-Romagna. 4 reclusi si sono tolti la vita, una donna ha tentato di farlo il 6 febbraio e un altro uomo è morto di overdose. Andrea Paltrinieri, l’ultimo ad averla fatta finita in cella, ha usato, come quasi sempre accade, il fornelletto del gas in dotazione per cucinare. Era in attesa di giudizio per aver strangolato l’ex moglie, il giorno in cui le era stata affidata la custodia dei figli. L’ha caricata nel vano del suo furgone ed è andato a costituirsi dai carabinieri portando con sé il cadavere. Per quanto orribile sia il crimine, nella nostra filosofia del diritto questo non cancella la funzione riabilitativa della pena, che nel caso di Paltrinieri doveva per altro ancora essere stabilita.
Roberto Cavalieri, garante per i detenuti in Emilia-Romagna, lo aveva incontrato poco prima che morisse. Anche lui insiste sul “sovraffollamento come disagio principale nei circuiti della media sicurezza, dove si trovano detenuti che hanno commesso reati comuni, anche gravi, come l’omicidio”. Cavalieri rileva come “tutto il sistema di prevenzione del suicidio e dell’autolesionismo funzioni poco. Non c’è nemmeno coordinamento tra il personale coinvolto e il detenuto non viene intercettato in tempo nella sua sofferenza”.
A proposito di modelli a seguire, dice che “se nella casa circondariale di Castelfranco Emilia, Modena, una struttura a custodia attenuata, negli ultimi 20 anni si è suicidata una sola persona, qualcosa vorrà dire in termini di buone pratiche penitenziarie”. Il carcere di Vigevano non è un impianto di questo tipo. L’avvocato Rocco Domenico Ceravolo, che difendeva Salvatore Rosano, aveva presentato istanza al giudice spiegando che l’uomo aveva già tentato il suicidio. Ora che commettendolo è diventato il più recente degli episodi contemplati da una casistica tragica, il legale si domanda “perché, se nonostante le sue fragilità non è stata decisa una misura più blanda, almeno non sia stato controllato 24 ore al giorno dalla penitenziaria?”. Come nella canzone di De André, “quando hanno aperto la cella, era già tardi”, poi, “domani un altro Miché, nella terà bagnata sarà, e qualcuno una croce col nome e la data su lui pianterà”. Tutto qui.











