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di Matteo Renzi*

Il Dubbio, 29 settembre 2026

“Al 30 giugno 2026 nelle carceri italiane c’erano 64.773 persone, con un affollamento del 126,5 per cento per il Ministero della Giustizia e del 139,1 per cento per Antigone, che esclude i posti inutilizzabili: il più alto dell’ultimo decennio. Si sono registrati ottantadue suicidi nel 2025, più del doppio di dieci anni fa. Le aggressioni tra detenuti sono cresciute del 73 per cento in quattro anni. Lavora un detenuto su tre: il 29,3 per cento per l’amministrazione penitenziaria e solo il 4,9 per cento per datori esterni. E circa il 60 per cento di chi esce torna in carcere, mentre tra i detenuti che hanno un contratto di lavoro la recidiva scende drasticamente intorno al 10 per cento. Far lavorare i detenuti è un dovere.

Tanti Procuratori capo, a cominciare da quello di Napoli Gratteri e quello di Palermo De Lucia, hanno lanciato inascoltati un allarme nei mesi scorsi. Più c’è caos nelle prigioni, più la criminalità organizzata controlla le carceri e irrobustisce la sua struttura. Facendo soldi e facendo proseliti. Se nel luogo dove lo Stato toglie la libertà ai cittadini, la criminalità toglie il controllo allo Stato, siamo in presenza di una débâcle delle istituzioni. Da sempre la criminalità organizzata prova a controllare le carceri. Da qualche anno ci riesce in scioltezza.

Significa che in molti istituti di correzione italiani il ragazzo di vent’anni che entra per spaccio di droga, anziché trovare un percorso di rieducazione, trova la Camorra che lo arruola. Servono carceri nuove, dignitose e non sovraffollate. Carceri che rappresentino lo Stato. Un carcere sovraffollato è un carcere in cui la criminalità ha vinto e l’istituzione ha perso. Un detenuto che non lavora è un cittadino che ragionevolmente potrà commettere un nuovo reato danneggiando persone innocenti. Quando c’era lei la gestione delle carceri era nelle mani di una persona come l’onorevole Del Mastro delle Vedove, già sottosegretario alla Giustizia e attualmente implicato in una brutta vicenda legata a un’attività imprenditoriale organizzata assieme a prestanome della Camorra. Prima o poi qualcuno racconterà la vera storia di Del Mastro da Biella a Roma e ci sarà da divertirsi. O meglio, ci sarà poco da divertirsi. Resta il fatto che Del Mastro non mi interessa tanto per i suoi procedimenti penali: mi sconvolge per come ha interpretato il suo ruolo facendo di parte della Polizia Penitenziaria la sua milizia ed esprimendo frasi atroci nei confronti dei detenuti.

La destra di Giorgia è una destra giustizialista, come abbiamo visto a Bibbiano e nelle vicende che hanno riguardato gli avversari politici. È la destra che ha pensato di lucrare consenso con le politiche penitenziarie ed è arrivata al paradosso di regalare le carceri alla criminalità con il più basso tasso di controllo sociale dello Stato da anni a questa parte. È la destra che si riempie la bocca con il nome di Paolo Borsellino ma che poi ha un proprio sottosegretario e i suoi fedelissimi piemontesi che fanno affari persino nella ristorazione con personaggi legati alla criminalità organizzata.

Con questa destra, l’alternativa deve abbandonare i toni giustizialisti della sinistra giudiziaria e giocare la carta del garantismo, del riformismo, della serietà. Siamo la terra del Beccaria, non di Del Mastro. E anche per questo intendiamo portare nel dibattito interno alle primarie del centrosinistra - e poi nella campagna elettorale - una voce diversa da quella di chi ha strumentalizzato la paura degli italiani, a destra, ma anche di chi ha pedissequamente inseguito una sinistra giudiziaria fallimentare. Una giustizia giusta è la giustizia che dà certezze dei tempi ai cittadini indagati, che non fa fallire le aziende per i ritardi nei procedimenti penali o civili che le riguardano, che assicura efficienza e rispetto delle regole. Essere la terra del Beccaria significa non cedere alla cultura dello show e della spettacolarizzazione che ha portato alcuni magistrati a costruirsi una carriera mediatica come, ad esempio, l’ex giudice Davigo che utilizzava frasi vergognose sulla presunzione di innocenza, che mi attaccava costantemente in televisione e che - contrappasso dantesco - è finito condannato con sentenza passata in giudicato, ma continua a pontificare a destra e manca.

Quando vedo ex pm come Ingroia, protagonisti di fallimenti conclamati in diversi procedimenti giudiziari, tornare in prima linea in politica giocando la carta del nuovismo e del civismo, dico che sono fiero di appartenere a un’altra storia, a un’altra cultura, a un’altra idea di giustizia. E comunque la sinistra deve imparare a metabolizzare sul serio il fatto che le vittime dell’insicurezza sono soprattutto i comuni cittadini, non i privilegiati. Intendiamoci, vanno comunque difesi dalla criminalità anche coloro che stanno bene. Ma per mille motivi è più facile garantire la sicurezza a chi sta bene, rispetto agli ultimi e ai penultimi. Rivendicare la sicurezza come diritto dei più deboli è qualcosa profondamente di sinistra.Se ci mostriamo insensibili rispetto a questi temi lasciamo vivere intere fasce di popolazione nella paura. E dove vince la paura, arriva il messaggio della remigrazione, del populismo di destra, dello scambio di cui parlavamo all’inizio: rinunciate alla libertà in cambio della sicurezza. Che è il tipico scambio delle dittature”.

*Senatore di Italia Viva