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di Giuseppe Augieri

nuovogiornalenazionale.com, 2 novembre 2025

Apriamo un varco: Una proposta di legge (cd legge “Sciascia-Tortora”) è stata avviata da un consistente numero di parlamentari bipartisan. Solo il Movimento 5 Stelle risulta assente. Si tratta di 2 soli articoli. L’articolo 1 stabilisce che l’attività formativa obbligatoria, preliminare e successiva al concorso per magistrato ordinario, debba riguardare anche la materia del diritto penitenziario e la letteratura dedicata al ruolo della giustizia quale strumento di garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali, della dignità umana e del rispetto reciproco tra persone, nonché alle distorsioni dei princìpi dello Stato di diritto che possono derivare dalle deviazioni del sistema giudiziario. L’articolo 2 dispone che i magistrati ordinari in tirocinio svolgano un periodo di quindici giorni di esperienza formativa in carcere, anche approfondendo le tecniche di mediazione dei conflitti e le esperienze relative a casi di concessione di misure alternative alla detenzione.

Dal lavoro di Sciascia e dall’esperienza della Scuola della magistratura francese a Bordeaux nasce l’idea che i Magistrati abbiano una cultura “umanitaria” e sappiano, con esperienza diretta, cosa significhi limitazione della libertà personale, vita in comune obbligata, dignità calpestata. Far entrare i futuri giudici e pubblici ministeri in carcere non serve a commuoverli, ma a istruirli. Perché solo conoscendo davvero la realtà della pena si può giudicare con equilibrio, ricordando che ogni decisione incide sulla vita di una persona, e non su un fascicolo. Ma soprattutto serve per ricordare l’articolo 27 della Costituzione che parla di funzione rieducativa della pena e stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità: ed oggi le condizioni che portarono alla condanna della Corte internazionale all’Italia per “trattamento inumano” sono sempre lì.

Non è un esercizio di retorica, ma una bussola preziosa per orientare l’azione dello Stato. La magistratura è un organo di garanzia: garante dei diritti, ma anche delle libertà, della dignità umana. Un magistrato che abbia dormito una notte in una cella di tre metri per due, pur se privilegiato perché senza “scomoda” compagnia, forse non diventerà più indulgente, ma di certo sarà più consapevole. E la consapevolezza, in uno Stato di diritto, è un atto di giustizia preventiva.

L’intero impianto della proposta di legge sembra un paradosso e non lo è. Se, al di là dei numeri del sovraffollamento, inumani, si leggono i casi di suicidio in cella, un allarme di umanità dovrebbe suonare. 294 suicidi in 4 anni, 46 nei primi 7 mesi di quest’anno. Non è solo un problema di scarsità di celle: c’è ben altro e riguarda dignità calpestate, ingiustizie subite.

Il numero delle sentenze di carcerazione preventiva e per reati che si sono rivelati poi del tutto inesistenti è bene conoscerlo. Ogni giorno, tutti i giorni, due innocenti finiscono ingiustamente in carcere per negligenza dell’apparato investigativo e giudiziario e soffrono senza motivo; quadro ancora più fosco per le persone condannate ingiustamente e sottoposte a una detenzione non meritata. E per chi, dopo anni e anni di processo, ottiene una assoluzione che però non gli restituirà mai la serenità persa e l’onore violato. Sono circa 1.000 all’anno.

Tutto questo non può essere solo materia di polemica sugli “errori” dei giudici, ma di riflessione sulla necessità di carcerazione nei tanti casi dubbi e nelle quali la coercizione della libertà non è strettamente necessaria. Anche se “accontenta la voce del popolo”. Di converso è bene ricordare i casi nei quali l’aver concesso pene alternative, libertà condizionali o permessi premio ha trasformato questi provvedimenti in occasioni per delinquere ed anche con reati gravissimi. Le donne possono testimoniarlo.

In margine alle polemiche sulla separazione delle carriere e preparando il relativo quesito referendario, come è giusto che sia e non solo perché lo prevede la Costituzione, un ragionamento sulla preparazione non solo giuridica ma umana del giudice può essere la strada, forse indiretta, ma a mio parere efficace, perché ci sia una riflessione anche sull’istinto “forcaiolo” che la nostra società sembra esprimere in molte sue componenti. E sulla risposta che il giudice ad esso da. Senza strumentalizzazioni, affiancarlo al dibattito sulla terzietà del giudice che emette sentenze e sul ruolo del giudice requirente mi sembra più che opportuno.