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di Martina Ciai

La Repubblica, 14 giugno 2026

Il messaggio emerso dalla XVIII Conferenza Internazionale di COPE (Children of Prisoners Europe), promossa da Bambini Senza Sbarre ETSe ospitata nella Sala Alessi di Palazzo Marino. Costruire una rete capace di accompagnare i figli delle persone detenute dentro e fuori dal carcere, superando la frammentazione degli interventi e mettendo al centro il diritto alla relazione familiare. È stato questo il messaggio emerso dalla XVIII Conferenza Internazionale di COPE (Children of Prisoners Europe), promossa da Bambini Senza Sbarre ETS e ospitata il 12 giugno nella Sala Alessi di Palazzo Marino.

Una conferenza internazionale. L’evento ha riunito decine di organizzazioni provenienti da oltre trenta Paesi, operatori del settore, rappresentanti della società civile, ONG italiane ed europee e istituzioni impegnate nella tutela dei diritti dei minori. Ad aprire i lavori sono state Kate Philbrick, presidente di COPE, e Lia Sacerdote, presidente di Bambini Senza Sbarre. Tra gli interventi più attesi quelli di Louise Riondel del Consiglio d’Europa, della studiosa americana Julie Poehlmann dell’Università del Wisconsin-Madison e di Carla Ciavarella, vicepresidente del Comitato di Cooperazione Penologica del Consiglio d’Europa.

Approccio olistico come punto di arrivo. Al centro della giornata il tema della costruzione di “ecosistemi olistici” per i bambini con un genitore in carcere. Un approccio che, come spiegato da Lia Sacerdote, punta a superare la separazione tra le diverse competenze coinvolte. “Il tema centrale è quello del sistema olistico: non si devono separare le varie specializzazioni”, ha sottolineato la Presidente di Bambini Senza Sbarre, evidenziando l’importanza di una collaborazione stabile tra tribunali, istituzioni, operatori penitenziari, scuole, associazioni e territorio.

Dialogo con le istituzioni. Particolarmente significativa è stata la presenza dei presidenti dei tribunali per i minorenni, di sorveglianza e ordinario, chiamati a confrontarsi su un tema che coinvolge direttamente il sistema giudiziario e il futuro dei minori. Un dialogo che, secondo gli organizzatori, rappresenta un primo passo verso una maggiore comunicazione tra le diverse realtà che si occupano delle famiglie colpite dalla detenzione. Una realtà invisibile. Sono circa centomila in Italia, oltre 2,4 milioni in Europa e più di 23 milioni nel mondo i bambini e i ragazzi che hanno un genitore in carcere. Una condizione spesso invisibile nel dibattito pubblico, segnata dallo stigma sociale e dalla difficoltà di mantenere relazioni significative durante il periodo della detenzione.

L’importanza della continuità dei legami familiari. Le ricerche internazionali mostrano come la continuità dei legami familiari rappresenti un fattore decisivo sia per il benessere dei minori sia per il percorso di reinserimento delle persone detenute. Un detenuto che conserva rapporti regolari con i propri figli ha maggiori possibilità di affrontare la reclusione senza precipitare nell’isolamento, mentre la rottura dei legami affettivi rischia di trasformare il carcere in uno spazio di esclusione permanente.

Il ruolo essenziale degli spazi dedicati agli incontri. L’importanza della socialità. Durante la conferenza è stato inoltre evidenziato il ruolo fondamentale degli spazi dedicati agli incontri tra genitori e figli, della polizia penitenziaria e delle attività culturali. Teatro, arte grafica e laboratori creativi vengono utilizzati da anni per favorire la relazione familiare e sensibilizzare l’opinione pubblica. Non a caso, tra gli appuntamenti della manifestazione hanno trovato spazio anche le testimonianze di chi porta il teatro e più in generale la cultura all’interno degli istituti penitenziari.

Prevenzione e confronto attivo. Un altro aspetto emerso riguarda il lavoro di sensibilizzazione nelle scuole, uno degli strumenti più efficaci per contrastare il pregiudizio. “Accade che molte persone si rendano conto della necessità di parlare e di capire cosa succede”, ha spiegato Sacerdote, sottolineando come il confronto con gli studenti aiuti a far emergere una realtà spesso nascosta. La conferenza ha infine ribadito la necessità di rafforzare la prevenzione e il collegamento con il territorio. Dopo oltre vent’anni di attività nelle carceri, l’associazione punta a sviluppare nuovi progetti capaci di intervenire prima che l’esclusione sociale si radichi.

Una questione di diritti. Riconoscere il diritto alla relazione familiare non equivale ad attenuare la pena. Significa comprendere che la sicurezza collettiva passa anche dalla capacità di preservare i legami umani. Un bambino che può continuare a sentirsi figlio, nonostante il carcere, è meno esposto all’abbandono e alla marginalità. Un detenuto che conserva una rete di affetti mantiene invece un ponte con la società alla quale un giorno tornerà ad appartenere. È anche da qui che si misura la qualità di una democrazia: dalla capacità di non rendere invisibili i figli della pena e di non trasformare la detenzione in una condanna all’isolamento affettivo.