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di Maria Mantero

Italia Oggi, 19 giugno 2026

Il Guardasigilli al Senato: “Questo fenomeno dolorosissimo è sempre presente, ma la percentuale rispetto all’anno scorso è stata invertita”. “La piaga dei suicidi in carcere non si attenua. Ciascuno di questi casi rappresenta una sconfitta dello Stato a cui sono affidate le vite dei detenuti”. Così ribadiva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella qualche tempo fa. “Ogni suicidio è un fallimento dello Stato” ha detto il ministro della giustizia Carlo Nordio, durante il question time in Senato. Il tema delle carceri e della condizione dei detenuti continua ad essere un problema in Italia. Ma i dati forniti dal ministro sembrano far intravedere uno spiraglio di speranza: “Non è vero che i suicidi in carcere sono aumentati. Questo fenomeno dolorosissimo è sempre presente, ma la percentuale rispetto all’anno scorso è stata invertita”.

Quali sono le misure messe in atto per ridurre le morti in cella? E ancora, sul numero dei detenuti in cella, il ministro ha sottolineato che “non dipende da una produzione normativa eccessiva fatta da noi, ma al numero dei reati”.

Come si legge nel report dell’Associazione Antigone: “Il 2025 è stato un anno tragico, l’ennesimo di un’emergenza, iniziata quattro anni fa, diventata ormai strutturale. Incrociando i dati forniti dal dossier di Ristretti Orizzonti e quelli pubblicati in un recente report del Garante nazionale, almeno 82 persone private della libertà si sono tolte la vita tra gennaio e dicembre 2025. Dall’inizio del 2026 (aggiornato ai primi mesi dell’anno) si sono registrati altri 24 suicidi, per un totale di 106 persone in poco meno di un anno e mezzo.

Sempre l’Associazione delinea con maggiore precisione il fenomeno nel suo complesso e approfondisce alcune dinamiche interne. Il drammatico bilancio di 106 suicidi in carcere tra il 2025 e il 2026 evidenzia profonde criticità strutturali del sistema penitenziario. L’incidenza del fenomeno è superiore tra la popolazione femminile (2,2 casi ogni 1.000 detenute nel 2025) rispetto a quella maschile (1,3). Emerge inoltre una forte sproporzione per i detenuti stranieri, il cui tasso è doppio rispetto agli italiani (2 casi contro 1 ogni 1.000). L’età media delle vittime è di 41 anni, con il caso limite di un minore di 17 anni.

Il profilo generale è segnato da grave marginalità sociale, economica, dipendenze e disagio psichico. Molti dei detenuti avevano già manifestato segnali critici o tentativi di suicidio. Tuttavia, la gestione del rischio da parte delle istituzioni si concentra quasi esclusivamente su logiche di controllo e “progressiva sottrazione” (sorveglianze speciali e privazioni materiali negli spazi), penalizzando l’ascolto, il supporto psicologico e le reali misure di cura.

Dagli organici alle tossicodipendenze: le misure in campo

Il ministro della giustizia, rispondendo in Senato, ha anche detto: “Abbiamo rafforzato gli organici e individuato gli elementi, due o tremila, che avrebbero diritto alla detenzione domiciliare, ma che non possono accedervi per mancanza di domicilio”. Il guardasigilli ha poi continuato “i detenuti tossicodipendenti, che sono malati da curare, più che detenuti, sono circa duecento. Secondo me devono essere detenuti in strutture protette al di fuori della situazione carceraria. E anche qui stiamo facendo accordi con varie istituzioni”.

Con i fondi del Pnrr, nel corso del 2025 sono stati registrati avanzamenti tra gli uffici giudiziari: tra cui la digitalizzazione del processo penale di primo grado, l’adozione di misure straordinarie per accelerare i tempi della giustizia civile e la riqualificazione di oltre 289.000 metri quadrati di edifici giudiziari. “Possiamo oggi affermare che il Ministero della giustizia ha pienamente conseguito tutte le milestone e i target previsti dal piano confermando la credibilità e la credibilità del nostro Paese” ha detto il ministro Nordio.