di Rosaria Amato
La Repubblica, 13 novembre 2024
Le esperienze di Confcooperative Federsolidarietà in un convegno al Cnel. A breve via libera a un nuovo protocollo d’intesa tra l’organizzazione imprenditoriale e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Sessantuno mila detenuti, un tasso di sovraffollamento del 119%, una percentuale di recidiva intorno al 60%. I dati sulle carceri italiane sono sconfortanti, ma i percorsi di studio e di lavoro possono contribuire non solo a migliorare le condizioni di vita dei detenuti, anche ad aprire opportunità importanti per il futuro, abbattendo in modo consistente le possibilità di tornare a delinquere. “Su 100 detenuti che seguono percorsi di formazione e di inserimento lavorativo in carcere nelle cooperative sociali torna a delinquere meno del 10%, - spiega Stefano Granata, presidente di Confcooperative Federsolidarietà, nel corso del convegno “Cooperazione sociale e giustizia: un ponte tra carcere e società. Esperienze di innovazione ed impatto sociale”, che si tiene stamane al Cnel - un abbattimento della recidiva importante rispetto a chi è sottoposto a trattamenti standard. E di margine per far crescere l’impegno della cooperazione sociale in quest’ambito, ce n’è”.
“Il tasso di recidiva è troppo alto perché nessuno investe in formazione, scuola, lavoro che sono la rottura del circuito perverso che prevede solo che sconti la pena in modo afflittiva. - afferma il presidente del Cnel Renato Brunetta - Economicamente è un non senso perché lo stato spende 4 miliardi per gestire le carceri, ma senza speranza, senza visioni sul futuro, sono un costo e non un investimento. Diventa una trappola economica e sociale”.
Infatti Confcooperative Federsolidarietà siglerà a brevissima un Protocollo d’Intesa con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, con “l’obiettivo di creare nuove prospettive per lo sviluppo di opportunità lavorative e sociali a favore della popolazione detenuta nelle carceri italiane”. L’intesa punta a promuovere programmi di intervento a favore dei detenuti, avviando nuovi progetti imprenditoriali. Secondo una recente indagine di The European House - Ambrosetti (svolta sempre in collaborazione con il Cnel) l’86% degli istituti penitenziari italiani hanno avviato percorsi di studio e di inserimento lavorativo. Il problema è che però molti di questi percorsi lavorativi cominciano e finiscono in carcere: l’85% dei detenuti inseriti lavora infatti alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (talvolta solo per poche ore al giorno o al mese). Fra i detenuti alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, l’82,5% svolge servizi d’istituto. Attività che poi non si proiettano in opportunità, una volta usciti dal carcere.
In Italia il 33% dei detenuti risulta coinvolto in attività lavorative (19.153 impiegati nel 2023), ma solamente l’1% di essi è impiegato presso imprese private e il 4% presso cooperative sociali. Un percorso importante perché, spiega Stefano Granata, “sono 3.000 gli ex detenuti che, intrapreso il percorso di lavoro in una cooperativa sociale, vi restano anche al termine della pena”. Le retribuzioni corrisposte sono naturalmente quelle previste dai contratti collettivi di lavoro delle cooperative. Mentre la mancata offerta di opportunità lavorative per i detenuti priva lo Stato di un ritorno sul Pil fino a 480 milioni di euro, calcola lo studio di Ambrosetti. Nel corso dei lavori al Cnel stamane parlano delle loro esperienze alcune delle cooperative impegnate nell’inserimento lavorativo dei detenuti: si va da L’Arcolaio (di Siracusa), specializzata nella produzione di prodotti dolci e salati spediti in tutta Europa con il marchio “Dolci Evasioni” (per la raccolta delle materie prime vengono coinvolti anche molti lavoratori immigrati) al caffé artigianale di Lazzarelle, prodotto dalle detenute del carcere di Pozzuoli, al pastificio di Gusto Libero (Roma), nato da un’idea del cappellano del carcere minorile di Casal del Marmo.
Importanti anche i percorsi di studio: secondo l’indagine di Teha nell’anno scolastico 2022-2023 il 34% dei detenuti ha frequentato corsi di istruzione all’interno delle carceri, anche se i promossi sono stati meno della metà, il 45% degli iscritti totali. Nel 2023, la formazione professionale all’interno delle carceri italiane ha coinvolto circa il 6% dei detenuti. Nel corso dell’anno accademico 2023/2024, infine, il numero complessivo dei detenuti iscritti all’università è stato pari a 1.707, meno del 3%.











