di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 agosto 2026
Gli azzurri avviano un’”indagine conoscitiva” sul sistema penitenziario. Che è sempre più opaco e chiuso. Nell’ormai consueto tentativo di segnare la distanza dagli alleati di coalizione in materia di garantismo e diritti umani, mentre Matteo Salvini incontra nel carcere di Bollate Milano il detenuto Mario Roggero, il gioielliere che ha ucciso due rapinatori in fuga, Forza Italia mette in moto alla Camera un inutile procedura per l’ennesima indagine conoscitiva sulla condizione delle carceri che provoca la reazione di sdegno di esponenti della maggioranza ormai non più centrali nella compagine di governo come l’ex capa di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, e l’ex sottosegretario Andrea Delmastro. Sì, perché che le condizioni di vita nelle prigioni abbiano raggiunto livelli “al limite della sopravvivenza”, e in alcuni casi “fuori controllo” come certifica l’associazione Antigone, è ormai notizia che non si può nascondere a nessuno. Ma guai a farne cenno apertamente, i panni sporchi si lavano in famiglia.
“Forse l’on. Calderone è passato all’opposizione e non me ne sono accorta”, scrive sui social Bartolozzi attaccando uno dei deputati azzurri che hanno ottenuto il via libera all’indagine conoscitiva per “accendere i riflettori su un tema che attiene al rispetto dei diritti costituzionali, sul quale troppo spesso ci sono state strumentalizzazioni o sterili annunci”, sostiene FI. In un lungo post sui social, l’ex zarina invece si dilunga minuziosamente sui “quattro pilastri” su cui si fonderebbe l’”azione unitaria” che il ministero di Giustizia avrebbe messo in atto per risanare i mali del sistema penitenziario, lavorando sulle piante organiche del personale, sulla riorganizzazione amministrativa, sulle infrastrutture e sul trattamento dei detenuti. “Non sarà mai abbastanza ma il governo Meloni ha certamente fatto moltissimo”, assicura Bartolozzi mostrando però evidentemente scarsa fiducia in chi dovrà appurarlo.
D’altronde da tempo le carceri italiane - e recentemente perfino gli istituti di pena per minori - si sono fatti opachi, chiusi alla visuale esterna, sempre più difficili da monitorare. Al netto di un Salvini che esce da Bollate rammaricato di non poter candidare Roggero ma con il proposito di “allargare i confini della legittima difesa” e “eliminare il risarcimento danni ai parenti dei rapinatori”, ci sono associazioni e partiti a cui è stato ristretto lo spazio di agibilità per monitorare le condizioni di detenzione.
Lo testimoniano i Radicali italiani a cui “il Dipartimento per la Giustizia minorile ha impedito di entrare nelle sezioni detentive degli Ipm, sostenendo che fosse necessario per tutelare la privacy dei ragazzi detenuti”. Ieri il segretario Blengino ha annunciato di aver ottenuto una smentita dal Garante della privacy secondo il quale “la riservatezza può essere garantita con misure molto meno restrittive, senza precludere l’accesso alle sezioni”. “La privacy è stata usata come un alibi - attacca Blengino - il Dipartimento deve ripristinare immediatamente il rispetto della legge e consentire un reale controllo degli istituti”.
Un’ulteriore indizio sull’idea che il governo Meloni ha delle “patrie galere” arriva dalla vicenda di un agente penitenziario di Torino che è stato sospeso dal servizio per sei mesi - sanzione annullata dal Tar, ma solo perché eccessivamente severa - per aver diffuso una notizia, a dire il vero già di dominio pubblico: il poliziotto, intervistato dal Tg5, aveva paragonato il carcere a “una piazza di spaccio”. Un po’ tranchant, certo, ma contenuto nei toni rispetto, per esempio, al procuratore capo di Palermo De Lucia secondo il quale gli istituti di pena sono “in mano alla criminalità organizzata”. Che sia vero o no, di sicuro il carcere non è in mano allo Stato di diritto.










