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di Stefano Sermonti

mondosanita.it, 11 ottobre 2026

Tubercolosi, epatite e altre infezioni trovano negli istituti penitenziari un terreno favorevole. Ma le nuove tecnologie possono permettere di intercettare i focolai prima che diventino emergenze. Il carcere è un luogo chiuso, ma le infezioni che circolano al suo interno non lo sono. È questo uno degli aspetti più importanti che emergono dalle ricerche più recenti sulla salute nelle strutture penitenziarie. Nel marzo 2026 OMS Europa ed ECDC hanno pubblicato il nuovo rapporto sulla tubercolosi: nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo il tasso di notifica della malattia tra le persone detenute è risultato pari a 121,6 casi ogni 100.000 abitanti, con un rischio circa 13 volte superiore rispetto alla popolazione generale.

Il dato riguarda la sorveglianza del 2024, ma fotografa un problema tutt’altro che superato. E c’è un secondo elemento che rende il quadro più delicato: gli stessi organismi europei segnalano che la qualità dei dati sulla tubercolosi nelle carceri resta insufficiente. Quando si cerca meno, si rischia inevitabilmente di trovare meno. Nel frattempo, in Italia la tubercolosi rimane una malattia a bassa incidenza nella popolazione generale, ma l’Istituto superiore di sanità ha registrato 3.150 casi nel 2024 e sottolinea una tendenza crescente delle notifiche negli ultimi anni.

Perché proprio le carceri? La risposta non è semplicemente “perché sono luoghi affollati”. Il rischio nasce dall’interazione di più fattori: spazi condivisi, ventilazione non sempre adeguata, mobilità dei detenuti tra istituti, accesso alle cure non uniforme e una popolazione che può presentare una maggiore concentrazione di condizioni di vulnerabilità. L’OMS considera infatti le carceri ambienti particolarmente favorevoli alla trasmissione delle malattie infettive. La tubercolosi è solo una parte del problema. Anche epatite B e C, HIV e altre infezioni sessualmente trasmissibili meritano attenzione. Un lavoro pubblicato nel settembre 2026 su Liver International ha messo in evidenza come le persone detenute siano sproporzionatamente colpite dalle epatiti virali e come prevenzione, test e trattamento rimangano disomogenei nei diversi Paesi europei. Secondo gli autori, una revisione europea ha rilevato per l’epatite B una prevalenza nelle carceri compresa tra 0,6% in Francia e 8,3% in Grecia. Non significa che il carcere generi automaticamente l’infezione: significa che, in presenza di determinati fattori di rischio, la struttura penitenziaria può diventare un amplificatore di vulnerabilità sanitarie già presenti prima della detenzione.

La ricerca più interessante, però, riguarda anche il modo in cui questi focolai possono essere scoperti. Uno studio pubblicato nel gennaio 2026 su Scientific Reports ha analizzato 680 campioni di acque reflue provenienti da 14 carceri di Inghilterra e Galles, cercando il materiale genetico di SARS-CoV-2. L’RNA virale è stato rilevato nel 48% dei campioni e le variazioni della quantità di virus nelle acque reflue hanno seguito da vicino l’andamento dei casi clinici. In sette carceri i picchi nelle acque reflue sono comparsi prima di quelli osservati nelle comunità circostanti, mentre in altre sei è avvenuto il contrario. Il risultato apre una prospettiva interessante: analizzare le acque reflue potrebbe trasformare lo scarico di un carcere in una sorta di sensore epidemiologico collettivo, capace di segnalare precocemente che qualcosa sta cambiando senza dover sottoporre ogni singola persona a un test. Un altro studio, pubblicato nel marzo 2026 su Frontiers in Public Health, ha inoltre valutato l’impatto economico della sorveglianza delle acque reflue in un grande carcere urbano statunitense, rafforzando l’interesse per questo approccio come strumento di preparazione alle epidemie.

Il problema, dunque, non è soltanto sanitario ma anche organizzativo. Un’infezione diagnosticata tardi in carcere può diventare più difficile da contenere e può seguire le persone anche dopo il trasferimento o la scarcerazione. Lo dimostra uno studio britannico pubblicato nel maggio 2026: gli epidemiologi hanno ricostruito un cluster di tubercolosi sviluppatosi nell’arco di sei anni, individuando 12 persone appartenenti allo stesso cluster genetico; sette avevano avuto una storia di permanenza in carcere, distribuita in 13 istituti. I trasferimenti tra strutture hanno rappresentato un elemento importante nella ricostruzione della catena epidemiologica. Anche la prevenzione deve quindi superare i confini fisici dell’istituto: un trattamento interrotto per un trasferimento o per la scarcerazione può compromettere il controllo dell’infezione. La vera sfida della sanità penitenziaria è garantire continuità: screening all’ingresso, diagnosi tempestiva, vaccinazione quando indicata, trattamento, tracciamento dei contatti e collegamento con i servizi sanitari territoriali dopo la liberazione. È una questione di tutela delle persone detenute, ma anche di salute pubblica. Perché un carcere non è un’isola: gli agenti entrano ed escono, gli operatori sanitari entrano ed escono, i detenuti vengono trasferiti e poi tornano nella comunità. Prevenire un’infezione dentro un istituto significa quindi prevenire una parte della sua circolazione fuori.