di Antonio Averaimo
Avvenire, 28 ottobre 2026
Lo chiamano “modello Napoli”. È da qui, infatti, che è partita la riscossa dello Stato per blindare le carceri italiane, dove droga, armi e cellulari entrano sempre più spesso indisturbati, consentendo, tra le altre cose, ai boss mafiosi di continuare a comandare dalle proprie celle. Tre sono le misure già adottate o in via di sperimentazione nei penitenziari campani per fermare la deriva denunciata da numerosi magistrati antimafia, in particolare da Nicola Gratteri, oggi alla guida della Procura di Napoli. Innanzitutto i jammer, gli inibitori di segnale acquistati nel 2018 e utilizzati per la prima volta dall’inizio del mese nel carcere di Secondigliano. Poi le reti metalliche, per bloccare le sempre più frequenti consegne di stupefacenti e telefonini effettuate attraverso i droni.
Infine, una task force di agenti di custodia specializzati nel contrasto ai reati commessi all’interno dei padiglioni carcerari. Il giorno in cui sono entrati in funzione i jammer a Secondigliano sono stati intercettati ben 24mila tentativi di connessione attraverso telefoni cellulari. Un numero impressionante, se si pensa che l’istituto di pena ospita 1.500 detenuti. Gratteri invoca da tempo l’impiego degli inibitori di segnale contro il fenomeno da lui definito delle “carceri colabrodo”. Ora il procuratore di Napoli auspica che la sperimentazione sia estesa almeno a tutti i penitenziari italiani nei quali è presente un reparto di alta sicurezza.
L’obiettivo è chiaro: impedire ai capimafia di impartire ordini ai propri affiliati dal luogo di detenzione. La diffusione dei telefonini nelle carceri italiane, aveva osservato in passato il magistrato antimafia in uno dei suoi numerosi interventi sull’argomento, “vanifica le misure cautelari che vengono notificate”, rendendo di fatto inefficaci l’arresto dei boss e la loro carcerazione.
Anche il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo aveva segnalato “l’estrema debolezza del circuito penitenziario di alta sicurezza, che dovrebbe contenere la pericolosità dei mafiosi che non sono al 41-bis”, definendolo “assoggettato al dominio della criminalità”. Lunedì scorso, nel corso della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i particolari di un’inchiesta che ha ricostruito come sette tra i più pericolosi clan della camorra riuscissero a introdurre droga e cellulari negli istituti di pena di tutta Italia, consentendo ai capi di comandare anche dal carcere, Gratteri ha presentato gli altri due tasselli del “modello Napoli”.
Il carcere campano non è certo l’unico ad avere il problema degli smartphone. Solo ieri un altro caso è emerso a Bologna: gli agenti hanno scoperto che un gruppo di carcerati attraverso i telefonini riusciva a gestire il traffico di sostanze stupefacenti e il recupero di crediti e la riscossione di debiti derivanti da affari illeciti. L’indagine ha portato a sei misure cautelari in carcere nei confronti di cittadini albanesi e italiani, con precedenti, tutti già detenuti o ai domiciliari.
Altra questione, a Napoli, è quella dei droni. Una rete metallica per bloccarli sarà installata a protezione del carcere di Poggioreale. Proprio nei giorni scorsi quattro persone sono state individuate e arrestate mentre cercavano di effettuare una consegna utilizzando un appartamento situato vicino all’istituto di pena napoletano. Gli agenti specializzati costituiscono l’ultimo elemento del sistema di contrasto ai reati commessi in carcere avviato a Napoli.
La misura è frutto di un protocollo appena stipulato tra la Procura partenopea e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Grazie all’intesa è nata un’articolazione del Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria che opererà sotto il coordinamento della Procura. Sarà costituita da un ufficiale e quattro agenti. Secondo Gratteri, renderà più “efficaci” le indagini e contribuirà a porre un argine a una deriva che nel capoluogo campano si fa sentire più che altrove. Nel 2024 i fascicoli relativi a reati commessi all’interno delle carceri napoletane erano infatti 21. Nell’anno in corso hanno già raggiunto quota 40.









