di Nicola Boscoletto*
Corriere della Sera, 21 ottobre 2025
Un anno fa abbiamo lanciato un appello: “Rendiamo umane le carceri”. Chiedevamo con urgenza di spegnere il fuoco con un po’ di umanità e amore, invece di alimentarlo con odio e vendetta. Oggi è evidente a tutti (per chi vuol vedere) che è stata versata solo benzina: tutto è peggiorato e l’appello è rimasto inascoltato. Ciò che più mi addolora è constatare che non ci si ascolta, non ci si guarda, non ci si tende la mano, non si affronta insieme un problema che riguarda tutti, anche chi pensa di esserne estraneo o di sapere già tutto. La cosa più triste è che ogni episodio e ogni circostanza si usano per rafforzare la propria parte: e questo non fa altro che incentivare e incrementare ulteriormente l’odio e la contrapposizione.
Lo scenario globale ci pone davanti a tragedie immense: 56 conflitti in tutto il mondo e speriamo che quanto avvenuto la scorsa settimana segni il nuovo inizio auspicato per il martoriato Medio Oriente. Anche al nostro Paese non mancano, anche se più piccoli, drammi che ci interrogano più da vicino. Per esempio quelli dell’accoglienza e dell’integrazione delle persone migranti, della sicurezza sociale, o delle 63 mila persone detenute. Ciascuno di noi ogni giorno può scegliere se contribuire con un pezzetto di umanità o restare indifferente. Come ricordava Primo Levi, i lager nacquero “facendo finta di niente”.
Questa volta potrebbe non essere così. Qualcuno ha iniziato a non far finta di niente. Il messaggio del giovane don Bosco, che non mi stancherò mai di ricordare fino allo sfinimento, rimane un faro: prendersi “amorevole cura” di chi ci viene affidato, soprattutto di chi ha bisogno di essere accompagnato in un percorso di reinserimento e responsabilizzazione. Il carcere deve essere un luogo di cura e di recupero, non una discarica umana né un’istituzione vuota, punitiva, violenta e perciò disumanizzante. Oggi in tutto il mondo si sa chi è don Bosco e che cosa ha lasciato, nessuno certamente si ricorda il nome del ministro di allora. Bisogna scegliere tra un sistema repressivo o uno preventivo e di cura. Serve una gestione carceraria competente e umana, che persegua il bene della “persona e della società”.
Per far rispettare la legge devi prima rispettarla tu, puoi parlare di diritti dopo che hai rispettato quelli degli altri, persone detenute comprese. Il sistema attuale è strutturalmente guasto, ha fallito nel suo compito. A mancare, diciamolo senza vergognarci, è un po’ di amore, un po’ di sano amor proprio e dell’altro. Le carceri oggi sono diventate il contenitore indifferenziato di disagi sociali, dipendenze e fragilità di ogni tipo. Molte persone detenute sviluppano ulteriori problemi durante la detenzione: invece di curarle le facciamo ammalare.
È necessaria una rivoluzione culturale. Il sistema carcerario va ripensato, partendo dalle esperienze positive, consapevoli che ci vorranno decenni per invertire la tendenza negativa. La gestione delle carceri affidata esclusivamente al ministero della Giustizia si è dimostrata fallimentare. Va ripensata una governance diversa, che coinvolga tutti gli operatori, gli esperti dei diversi ministeri e valorizzi il contributo irrinunciabile del Terzo Settore. Il Terzo settore può dare un contributo significativo attraverso lo strumento dell’amministrazione condivisa, della coprogrammazione e della coprogettazione.
Serve un cambio di mentalità, dove l’ascolto reciproco, la condivisione e la valorizzazione delle competenze siano al centro: “Non ci si salva da soli, bisogna costruire ponti, non muri. Bisogna essere generatori di processi e non occupare semplicemente spazi”. La dignità di una persona non dipende dal ruolo o dallo stipendio, tutti possono e devono contribuire al cambiamento. Ciò che serve è amore per il proprio lavoro, bisogna non aver paura dell’altro.
Qualcosa però sta cambiando: sempre più persone - anche tra gli operatori penitenziari, in particolare tra la polizia penitenziaria ma non solo - si sentono usate e strumentalizzate dalla politica alla stregua delle persone detenute. Oggi è il tempo della società civile, di ciascun cittadino. E solo da qui che può ripartire e rinascere un nuovo tempo di bene e di pace. Non sono principalmente le leggi, la politica, le riforme a dover cambiare, ma le persone. Tanti cuori cambiati, tante gocce così possono rendere la vita migliore e più umana, bella e buona, anche dentro le carceri. Si può essere felici? Sì. Bisogna non farsi rubare la speranza.
*Presidente Consorzio Giotto











