di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 1 luglio 2025
Negli istituti visitati dall’associazione Antigone, oltre al fatto che un terzo avesse celle in cui non erano garantiti nemmeno i 3 mq. calpestabili a persona, in più della metà c’erano celle prive di doccia. Il boom di suicidi e i posti inagibili per ristrutturazione. Aumentano detenuti e tassi di suicidio in carcere, diminuiscono i posti disponibili. I 55.269 detenuti in media del 2022 (all’avvio del governo Meloni-Nordio) due mesi fa erano saliti a 62.445 in una capienza regolamentare (cioè calcolata sul decreto del 1975 che prescrive 9 mq. in cella singola o 7 mq. in celle collettive, e 20 metri cubi d’aria a testa) di 51.280 posti, persino una manciata meno di fine 2024, e appena 716 più di 5 anni fa.
Ma, soprattutto, circa 4.500 di quei 51.280 posti teorici sono invece inagibili o in ristrutturazione (persino più di due anni fa quand’erano 3.646), sicché i posti realmente disponibili due mesi fa erano solo 46.811, addirittura 382 meno di cinque anni fa. Da qui il sovraffollamento medio del 133%, con record come San Vittore oltre il 200%. E non è solo questione di spazi: negli istituti visitati dall’associazione Antigone, oltre al fatto che un terzo avesse celle in cui non erano garantiti nemmeno i 3 mq. calpestabili a persona (minimo per la giurisprudenza europea sull’altrimenti condizione “inumana e degradante”), nel 45% c’erano celle senza acqua calda per tutto il giorno e tutto l’anno, e in più della metà c’erano celle prive di doccia.
Dopo ripetuti annunci sulla costruzione di 7.000 posti in più in due anni con l’investimento di 236 milioni, un documento di Invitalia prevede entro gennaio 2026 al costo di 32 milioni l’installazione di 16 moduli prefabbricati in calcestruzzo trasportabili e smontabili, ciascuno progettato per 24 detenuti: quindi nel migliore dei casi tra 10 mesi ci saranno 384 posti in più, in grado di assorbire neanche 2 mesi di incremento medio di detenuti.
Allo stesso modo il numero assoluto dei suicidi non è (per quanto sia cinico osservarlo) il parametro più pertinente, e non soltanto perché i criteri sdrucciolevoli di contabilità delle cause dei 245 morti in totale in carcere in un anno, con il limbo dei casi “da accertare”, fa oscillare i suicidi del 2024 tra i 91 contati e gli 83 ufficiali, con già 36 a metà 2025. Molto più significativo è rilevare che il tasso di suicidi (ogni 10.000 persone) tra i detenuti è 25 volte quello tra i liberi (14,8 contro 0,59); che negli ultimi 3 anni è stato 15,4-12-14,8 mentre fino al 2020 non aveva quasi mai raggiunto quota 10; e che tra i detenuti è più del doppio della media europea, mentre tra i liberi è la metà della media europea. E va aggiunto che secondo i dati dell’ufficio del Garante nel 2024 i tentati suicidi sono cresciuti del 9,3% rispetto al 2023, gli atti di autolesionismo del 4,1%, le aggressioni agli agenti il 22% e tra detenuti del 7%.
Anche dopo dosi di assunzioni “consumate” però dai pensionamenti, gli agenti di polizia penitenziaria sono 30.964 invece dei previsti 34.162, c’è un educatore in media ogni 65 detenuti, i funzionari contabili sono 3.301 anziché 4.103. Eppure per questo sistema, che su dieci detenuti che finiscono di espiare in cella la pena vede tornarne in carcere più di sei, lo Stato spende 3,4 miliardi l’anno (di cui il 61,7% in spese per il personale): quasi un terzo del budget della giustizia.









