di Ferdinando Terlizzi
cronacheagenziagiornalistica.it, 4 gennaio 2026
Alessandria, Udine, Biella: fine anno di morte e fiamme, sovraffollamento medio al 138,5% e 79 suicidi nel 2025. Ma il dato “balla” tra fonti diverse, e racconta comunque la stessa emergenza. Suicidi in cella, la pena che diventa abbandono: perché nelle carceri italiane si muore così Il caso di Alessandria e i roghi di Udine e Biella sono la fotografia di un sistema penitenziario saturato: troppe persone, troppa fragilità psichica, servizi insufficienti e una prevenzione che arriva tardi. Il confronto europeo (Consiglio d’Europa - Space) mostra che l’Italia viaggia su livelli di suicidio in carcere superiori alla mediana continentale.
L’ultima notte: asfissia in cella e allarme inutile - Il racconto delle Agenzie è crudo e, proprio per questo, utile: un uomo di 40 anni, un sacchetto di nylon, il gas del fornellino da campeggio. L’allarme degli altri detenuti, l’intervento immediato, il medico. Eppure non basta. Quella morte diventa un numero in più in una serie già impressionante. Sul totale annuo, a fine 2025 si registra però una forbice: diverse fonti parlano di 79 suicidi, mentre nel testo Ansa si parla di 80° suicidio. La differenza non è un dettaglio: dipende spesso da tempi di registrazione, classificazione del decesso (suicidio, cause da accertare) e aggiornamenti successivi dei registri.
Un esempio, documentato, riguarda proprio le oscillazioni iniziali nelle classificazioni del Dap su eventi a cavallo d’anno. 79 o 80, la sostanza non cambia: la soglia dell’emergenza è stata superata da mesi. Non solo suicidi: la miccia delle rivolte e il fattore “fuoco” - Udine e Biella, due episodi di incendio e devastazione “contenuti” dal personale. Sono fatti che parlano lo stesso linguaggio del suicidio: disperazione, perdita di controllo, fragilità psichiatrica, ambienti sovraffollati dove basta poco perché un gesto individuale diventi rischio collettivo. L’incendio, in carcere, è un moltiplicatore: fumo, panico, intossicazioni, evacuazioni improvvisate. Anche quando “va bene”, lascia dietro di sé feriti, reparti inagibili, tensione più alta e personale ancora più sotto pressione.
I numeri del 2025: sovraffollamento e fragilità come terreno di coltura - Il bilancio di fine anno di Antigone mette in fila dati che, letti insieme, spiegano perché i suicidi non siano “episodi” ma un indicatore strutturale.
Al sovraffollamento si somma un dato che nel tuo estratto Ansa è lampante: la presenza di detenuti con problemi psichici accertati, spesso con precedenti gesti autolesivi o incendiari. È un punto su cui Antigone insiste da tempo: il carcere intercetta una quota crescente di persone con dipendenze, doppie diagnosi, disturbi psichiatrici, e lo fa in strutture che non riescono a garantire continuità terapeutica e sorveglianza clinica adeguata.
Perché ci si uccide in carcere: i fattori “classici” e quelli italiani - In criminologia e sanità penitenziaria, i fattori di rischio sono noti; il problema è che in Italia tendono a presentarsi insieme: Sovraffollamento e promiscuità: stress cronico, conflitti, assenza di spazi di decompressione; Isolamento e “shock detentivo”: soprattutto nelle prime settimane e nei passaggi critici (provvedimenti disciplinari, dinieghi, lutti); Salute mentale e dipendenze: diagnosi non intercettate o non trattate con continuità; Personale insufficiente: meno osservazione, meno ascolto, meno intervento precoce; Detenzione preventiva: la quota di persone non ancora definitive amplifica ansia e incertezza.
Sul legame tra caratteristiche del sistema (in primis sovraffollamento) e eventi autolesivi, la letteratura scientifica recente sul caso italiano conferma che ridurre il sovraffollamento riduce gli eventi critici.
Per il raffronto internazionale, il riferimento più solido in ambito europeo è SPACE (Consiglio d’Europa), che pubblica anche i dati su decessi in carcere e suicidi: l’Italia è sopra la mediana europea e dentro un’area di criticità che in Europa riguarda soprattutto i sistemi dove si sommano sovraffollamento, fragilità psichica e risorse insufficienti.
E fuori dall’Europa? Il quadro globale: un problema strutturale, non “italiano” - A livello mondiale, le meta-analisi basate su dati ufficiali e report istituzionali confermano che il suicidio in carcere è un fenomeno diffuso e sistemico, con decine di migliaia di casi censiti in più giurisdizioni nel lungo periodo. Nel Regno Unito (Inghilterra e Galles), ad esempio, documenti parlamentari mostrano come il tasso per 10.000 detenuti abbia avuto oscillazioni significative e resti un indicatore sensibile della “temperatura” del sistema (salute mentale, regime custodiale, densità).
Che cosa sta facendo lo Stato (e perché non basta “solo” costruire nuove celle) - Nel 2025 il governo ha annunciato piani per aumentare i posti e ricorrere di più ad alternative per persone con dipendenze e a misure di alleggerimento per fine pena: interventi che rispondono a un dato banale ma decisivo, cioè che il sistema “scoppia”. Ma l’esperienza comparata insegna che la capienza è necessaria ma non sufficiente: senza un presidio clinico reale (psichiatria, dipendenze, continuità terapeutica), senza osservazione multidisciplinare e senza personale adeguato, il rischio suicidario resta alto anche in strutture nuove. La morte di Alessandria e i roghi di Udine e Biella non sono notizie separate. Sono capitoli dello stesso romanzo civile: quando il carcere diventa contenitore di fragilità senza strumenti, la pena smette di essere “custodia” e si trasforma in abbandono.











