sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Conchita Sannino

La Repubblica, 13 marzo 2022

Il caso di Torino e la visita della ministra Cartabia. “Inguardabile”. Anzi, “disumano”. Le parole accomodanti finiscono, se si hanno occhi per vedere. C’è bisogno di uno scatto di trasparenza per misurare le condizioni di abbandono e degrado che ancora connotano, in alcuni clamorosi casi, la situazione delle carceri in Italia.

Così la ministra della Giustizia Marta Cartabia non usa perifrasi per denunciare, dopo la visita nella Casa circondariale di Torino, la situazione in cui detenuti e operatori della polizia penitenziaria sono costretti a dividere alcuni spazi, che pure convivono con la cura e l’accoglienza di altre sezioni, ravvivate da murales e riempite di attività, che la Guardasigilli non manca di registrare come il modello cui tendere. Ma Cartabia usa toni duri e diversi riferendosi, in particolare, al reparto del cosiddetto “Filtro”.

È lo spazio in cui passano quei reclusi, in larga parte stranieri, sospettati di essere l’ultima manovalanza del traffico di droga, niente altro che corpi usati come merce usa e getta, “tubi” imbottiti di ovuli porta-stupefacenti. Parliamo di un carcere in cui il sovraffollamento è il primo male: 1.326 detenuti contro i 1.096 del tetto non superabile. Ed è lo stesso carcere in cui, due anni fa, esplose lo scandalo sulle violenze reiterate, sulle morti sospette e sull’omertà: indagini che portarono, nell’estate del 2020, a sostituire di colpo i vertici in carica alle Vallette.

Degrado strutturale, sovrappopolazione (composta soprattutto di situazioni di marginalità e reati minori), violenze. Tre elementi che ricorrono nel micidiale mix di un’emergenza antica e a lungo silenziata che unisce nord e sud. Quell’Ariaferma dei diversamente reclusi - chi in tuta, chi in divisa - che un notevole film, di Leonardo Di Costanzo, ha avuto il merito di consegnare per sottrazione e silenzi al Paese.

La scorsa estate, a Santa Maria Capua Vetere, la più allarmante inchiesta su un pestaggio di massa messo a segno sulla pelle di centinaia di detenuti ha scagliato di nuovo l’Italia sul banco degli imputati in Europa e ha portato all’azzeramento di tutta la catena di comando: dal Provveditore campano a funzionari e comandanti, tutti indagati per gravi violenze e depistaggi. Con la paradossale conseguenza che oggi, in udienza preliminare, il Ministero della Giustizia figura sia come parte lesa, che come responsabile civile.

“Siamo qui per affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte”, fu l’inevitabile incipit del premier Mario Draghi dopo la visita a Santa Maria, in cui volle accompagnare la ministra, entrambi accolti tra (i non scontati) applausi della popolazione penitenziaria, era esattamente otto mesi fa. Anche lì, sovraffollamento, carenze, e abusi. Il carcere sammaritano offre, tra le altre, un’assurda criticità strutturale: non è allacciato alla rete idrica, l’acqua non è potabile o manca, un particolare citato spesso dal Garante nazionale, Mauro Palma.

Anche a testimonianza, probabilmente, di quel tragicomico scollamento italico (ancor più inaccettabile, se accostato al tempo dei carcerati), tra le parole e la vita: visto che la Casa Circondariale di Santa Maria ha poeticamente battezzato ogni reparto col nome dei fiumi: Tamigi, Tevere, Senna, o il famigerato Danubio, lì dove si consumarono torture e lesioni (“Li abbattiamo come vitelli”, dicevano gli indagati nelle chat). I lavori per le forniture idriche, anche dopo il clamore del blitz, sono stati annunciati, preparati e confermati: ma ancora sulla carta. Per ora.

Persino inutile, poi, ricordare il record storico della Casa circondariale di Poggioreale, a Napoli : celle in cui si affollano mai meno di 2mila o 2100 detenuti, a fronte dell’accoglienza massima fissata a 1.570. Dove, almeno, sembrano superati i tempi delle sevizie nella cosiddetta “Cella zero”. Tra pochi giorni dovrebbe essere ratificata in Consiglio dei Ministri la nomina del nuovo vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Carlo Renoldi, molto impegnato sul tema della umanizzazione dell’ordinamento penitenziario (impegno che non può essere in contraddizione con l’efficacia delle misure speciali).

E infatti, al netto di qualche polemica su alcune sue pregresse e improvvide dichiarazioni (sul “giustizialismo ottuso” di settori dell’antimafia: parole poi chiarite e superate), la scelta indica una linea precisa, che la ministra non manca di argomentare. E cioè che un sistema che coltivi fino in fondo la dignità dei detenuti non rappresenta solo un dovere (in obbedienza al dettato costituzionale) ma un investimento sulla comunità. Un carcere umano è un carcere più sicuro. Andarci e vedere, come esortava Piero Calamandrei e come la ministra continua a fare, è il presupposto: per testimoniare una “disumanità” che ferisce chi paga il suo prezzo e chi lavora, nelle carceri italiane. Poi, bisogna agire.