di Alessandro Giordano
Il Messaggero, 15 aprile 2020
Sono un Magistrato di Sorveglianza che tutti i giorni, da anni, si confronta con la complessa realtà carceraria. È innegabile considerare che in questo periodo la situazione negli Istituti penitenziari si sia aggravata improvvisamente per la cronica condizione di sovraffollamento, unita al rischio determinato dalla pandemia da Covid-19 che si è diffusa nel nostro Paese.
Si tratta di un pericolo per i detenuti, ma anche per il corpo di Polizia Penitenziaria e, più in generale, per gli operatori che lavorano all'interno del carcere. Di fronte a questa emergenza, Papa Francesco, nella messa del 6 aprile 2020, tenuta a Santa Marta, ha invitato a pregare per coloro che debbono prendere le decisioni, perché trovino "una strada giusta e creativa" per risolvere il problema.
Il Papa ha poi previsto per la Via Crucis della Pasqua 2020, appena passata, che le meditazioni provenissero da persone legate in qualche modo all'esecuzione della pena. Ritengo che questo invito, per l'autorevolezza religiosa, ma anche morale e civile, da cui proviene, non possa e non debba essere fatto cadere nel vuoto. Nella prospettiva indicata proporrei l'introduzione nel nostro ordinamento di una nuova misura che denominerei "Libertà Riparativa".
La misura è pensata per i detenuti che ne facciano richiesta con pena, anche residua, non superiore ai due anni di detenzione, si badi bene, che non siano stati condannati per i reati gravi o che non si trovino nelle condizioni preclusive già previste dalle leggi vigenti e può essere revocata in caso di violazione. Con questo beneficio ogni giorno di pena espiata in regime di detenzione si convertirebbe in un giorno di lavoro eseguito al servizio della collettività.
Al "Libero in Riparazione" verrebbe consentito di svolgere attività di volontariato presso soggetti pubblici o privati che abbiano fatto preventiva richiesta di avvalersi dello strumento. Si pensi, a titolo esemplificativo, alla Caritas, alla Croce Rossa, alle Comunità di recupero e di sostegno, ma anche ai Ministeri, agli Enti locali, agli stessi Uffici Giudiziari, per soddisfare esigenze di interesse collettivo, come il trasporto di generi alimentari, di medicinali, di indumenti oppure dirette alla cura del verde, dell'igiene degli spazi pubblici, della manutenzione delle strade o alle attività di ufficio, come l'archiviazione, l'accettazione, la risposta ai cali center ed altro.
In sostanza, lo schema accennato della "Libertà Riparativa", si muove nel solco di istituti giuridici già esistenti, ma si caratterizza per la celerità della procedura, anche perché subordinata ad una mera verifica sull'ammissibilità dei presupposti da parte del Magistrato, mentre gli Uffici competenti sovrintendono soltanto all'andamento della stessa.
La "Libertà Riparativa" si prefigge lo scopo di coniugare le esigenze, anche costituzionalmente garantite, dello svolgimento della pena in una condizione umana e non degradante, ma anche dell'effettivo assoggettamento del reo alla sanzione penale, della funzione rieducativa della pena, unita al valore riparatorio, di emenda sociale, rispetto al vulnus arrecato alla collettività con la commissione del reato. Qualunque soluzione sia prescelta, auspico che il legislatore sia sensibile all'invito del Papa e percorra una strada "giusta", per dare una risposta urgente al problema che da oggi si è venuto a creare per il mondo degli Istituti di pena.










