di Raffaella Troili
Il Messaggero, 2 giugno 2024
Nonostante una sentenza della Corte costituzionale, nessun penitenziario si è mosso per realizzare locali dove una coppia possa appartarsi in intimità. C’è poco di umano nel chiuderli dentro e buttare la chiave, impedire contatti e relazioni affettive, svilire quella civiltà che dovrebbe distinguere una struttura di recupero. Dietro le sbarre i legami si sfilacciano, la vita segue altri tempi e regole, la nostalgia si arrende come l’amore. I colloqui con familiari e intimi sono pochi e in presenza del servizio di sorveglianza: l’Italia non brilla anzi, sul sostegno concreto alle relazioni tra detenuti e partner. Eppure la Corte Costituzionale a gennaio è stata chiara: ai detenuti è consentito il diritto a colloqui intimi in spazi dedicati e in assoluta privacy con i partner della loro vita. E ora le prime istanze ai magistrati di sorveglianza stanno per partire: “Stante la sentenza della Corte costituzionale chiedo di avere un rapporto intimo con la mia compagna, si attende risposta”, scrivono i detenuti.
Non è la prima volta che la Corte Costituzione insiste sul tema, mentre le proposte normative si sono sempre arenate. Ad oggi nessun penitenziario si è mosso per realizzare locali idonei per gli incontri intimi. Dove una coppia possa scambiarsi baci, abbracci, effusioni o solo passare del tempo, tre ore almeno, in totale intimità. Tra celle sovraffollate, ritardi e carenze (solo 260 i magistrati di sorveglianza) non c’è spazio per l’affettività e la sessualità dei 61mila e 300 detenuti, di cui il 30% in custodia cautelare, oltre che dei loro partner.
Dopo la sentenza della Corte costituzionale si è svolto un primo incontro del Dipartimento amministrazione penitenziaria, per capire come renderla operativa, ai penitenziari è stato chiesto se ci sono spazi a disposizione. Ma tutto va a rilento. Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti e presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia precisa: “La sentenza è esecutiva da subito, ma visto che nulla si muove, stiamo spingendo i detenuti a fare richiesta ai direttori, in caso rigetto, possono presentare un reclamo al magistrato di sorveglianza che può imporre di realizzare uno spazio attrezzato”. Gli aventi diritto sono quanti hanno una relazione stabile e dimostrabile, insomma chi riceve le normali visite, quelle davanti a tutti, senza alcuna privacy e molto brevi. “La politica frena da tutte le parti, cerca di ignorare la sentenza. Il magistrato può imporsi. Non è così difficile, gli spazi verdi nei penitenziari ci sono, basta prendere due casette mobili, a Padova ho già visto che ci sarebbe uno spazio. Tutto questo è già previsto in tre quarti dei paesi europei, almeno 31, anche in Francia è partita una sperimentazione”.
Ma molto altro bolle in pentola. “Una causa pilota, di un detenuto che ha sicuramente diritto a fare richiesta, magistrati favorevoli ci sono. Stiamo lavorando a un reclamo con l’aiuto di avvocati, perché i detenuti sono molto scoraggiati e scettici”. È stato Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza a Spoleto, a sollevare la questione costituzionale un anno fa. Ora che la Corte si è pronunciata, anche lui insiste sul fatto che i tempi non siano così lunghi “poiché in attesa di un atto normativo l’amministrazione e la magistratura di sorveglianza devono contribuire all’ordinata esecuzione della sentenza. Camere o unità abitative vanno realizzate con sollecitudine”. La Corte immagina un diritto al colloquio intimo che prevede l’esclusione di alcune categorie: i 41 bis, i detenuti per i quali esistono ragioni di sicurezza e ordine interno, chi ha già il permesso premio. “Gli incontri devono svolgersi in ambienti dignitosi, va garantita la riservatezza e la durata consona e dignitosa a questa dimensione privata”.
Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano però ammette: “Attualmente è tutto da realizzare, la carenza nei nostri uffici riguarda anche il personale amministrativo, ciò provoca ritardi nel seguire le istanze e dare risposte immediate però urgenti perché riguardano la libertà della persona. Nelle carceri ci si è attrezzati il più possibile con linee telefoniche e forme di videochiamata, spazi accoglienti dove incontrare i figli a turno. L’attuazione della sentenza è allo studio. Come magistrati ci siamo posti il problema perché i detenuti ce lo chiedono”.
Una richiesta di coltivare quei legami che restano in piedi, fragili, a distanza, che coinvolge anche chi non ha commesso reati ma resta al fianco di chi è in carcere. Rita Bernardini, presidente dell’associazione Nessuno tocchi Caino, candidata alle Europee e da oltre 20 giorni in sciopero della fame contro il sovraffollamento delle carceri ripete: “Siamo il fanalino di coda, spesso cito l’esempio della Romania, dove le carceri sono in condizioni terribili. Anche lì è data la possibilità di avere rapporti intimi. Qui non c’è la volontà di cambiare le cose, forse ci portiamo dietro il retaggio di un’educazione bigotta. Nonostante l’ordinamento penitenziario stabilisca che si deve fare il possibile perché i detenuti mantengano un rapporto con la propria famiglia, si contraddice permettendo ai carcerati solo 10 minuti di telefonata a settimana (in media sicurezza) e due chiamate al mese se sono in regime di alta sicurezza. Chi ha figli piccoli, non ha nemmeno il tempo di sapere come stanno. Anche i colloqui, uno a settimana, sono molto limitati, uno a settimana in media, due al mese in alta sicurezza”.









