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di Luigi Fadalti*


Il Gazzettino, 13 marzo 2020

 

Il Decreto Legge n. 9, entrato in vigore il due marzo scorso, all'art. 10, co. XIV stabilisce che "sino alla data del 31 marzo 2020 i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati sono svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica".

Ne è seguita una rivolta violenta in almeno 27 istituti penitenziari, anche per la comprensibile preoccupazione che in un ambiente ristretto possa diffondersi in modo incontrollato l'epidemia da coronavirus. Le reazioni della politica sono state puramente e semplicemente isteriche e, soprattutto, non hanno considerato che la situazione nelle carceri è esplosiva da almeno 20 anni.

Pertanto, senza invocare gli storici principi affermati da Voltaire e da Beccaria, autori, peraltro, sconosciuti ai più, è necessario approcciarsi al tema con un'esatta conoscenza dei dati. Al 29 febbraio 2020 i detenuti in Italia sono 61.230 a fronte di una capienza di 50.931: restando vicino a noi, a titolo di esempio, a Treviso sono 205 laddove dovrebbero essercene 141; a Venezia, 275 quanto invece dovrebbero essere 159; a Padova Nuovo Complesso 593 invece di 438; sempre a Padova Casa Circondariale 215 in luogo di 171; a Vicenza 405 al posto di 286; a Verona 511 su una previsione di 335.

Dai dati del rapporto Space, che fotografa la situazione del sistema penitenziario negli Stati membri del Consiglio d'Europa, al 31.01.2018 risulta che in Italia, per ogni 100 posti disponibili, nelle carceri ci sono 115 detenuti e che tra il 2016 e il 2018 la popolazione carceraria italiana è aumentata del 7,5%. Inoltre, in Italia i detenuti in attesa di un primo giudizio o di una sentenza definitiva sono il 34,5% contro una media europea del 22,4%: i condannati per reati legati alla droga sono il 31,1% rispetto ad una media europea del 16,8% (e si veda perché e di cosa sono morti 12 detenuti).

A ciò si aggiunge una grave carenza di personale di polizia e degli altri ruoli dell'amministrazione penitenziaria. La polizia penitenziaria, nel 2016, ha subito un taglio lineare del proprio organico da 45.000 a 41.000 unità: inoltre il personale effettivamente in servizio è inferiore di 5.000 uomini anche rispetto al nuovo organico previsto (36.000 su 41.000).

Lo stesso dicasi per il personale dei ruoli psico-pedagogici, dei ruoli amministrativi e di tutti gli altri profili dell'amministrazione penitenziaria: a tacere, poi, del personale medico e paramedico. Negli istituti c'è in media un educatore ogni 80 detenuti e un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti, ma in alcune realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente (Reggio Calabria) o a 206 detenuti per ogni educatore (Taranto).

Si suicidano i detenuti, ma anche il personale che lavora in carcere: solo negli ultimi tempi si sono suicidati cinque poliziotti e un dirigente penitenziario. Al 31 dicembre 2019 risultano detenute 986 persone con un'età superiore ai 70 anni; al 30 giugno 2019 vi sono 6.216 detenuti con una pena residua da espiare non superiore a tre anni e 7253 con una pena residua non superiore a cinque anni. Tutti i dati citati provengono da fonti del Ministero della Giustizia.

La conclusione è abbastanza semplice: invece di parlare di amnistia e indulto (che richiedono un iter parlamentare lungo e maggioranze qualificate) sarebbe sufficiente intervenire con un Decreto Legge sul vigente Ordinamento Penitenziario prevedendo, a titolo di esempio, che gli ultrasettantenni e coloro i quali hanno un residuo da espiare non superiore a quattro anni siano posti, senza alcuna valutazione discrezionale e quindi in modo automatico, previo il solo accertamento della disponibilità di un luogo idoneo ad accoglierli, alla detenzione domiciliare.

Tutto ciò eccettuando, come ovvio, i soli responsabili di reati particolarmente gravi. Con questa semplice e veloce misura si alleggerirebbe la popolazione penitenziaria di almeno 7.000 unità. L'approccio politico, invece, è stato sinora all'insegna degli slogan. Va osservato, però, che ove vi è stato un intervento ispirato alla ragionevolezza, come ha fatto il magistrato di sorveglianza di Padova, lo schiamazzo è divenuto un dialogo. Non si cede alla minaccia approcciando razionalmente un problema reale: semmai si opera tardivamente, ma efficacemente.

 

*Avvocato