di Paolo Carbone
Il Mattino, 2 marzo 2021
Il nuovo Governo pare che voglia, anche in materia di Giustizia, sostituire al rituale dei grandi annunci la concretezza del fare. L'obiettivo viene indicato in interventi strutturali e non emergenziali. Era ora, dopo il vorticoso alternarsi di parlamenti e di guardasigilli passati come ombre fugaci. Non si contano le "programmazioni" rimaste insolute, anzi incancrenite.
È il caso del ridisegno delle circoscrizioni giudiziarie, dei tempi biblici dei processi, delle intercettazioni telefoniche e ambientali spesso violatrici della privacy e monche di garanzie difensive, della responsabilità civile del giudice, della disparità fra accusa e difesa nel "processo giusto", e della revisione in radice del Csm al fine di ridurre il condizionamento delle correnti e delle contiguità politiche della magistratura associata rafforzandone una autonomia non di facciata.
L'intervento più indilazionabile, però, resta- con la prescrizione e con una rivisitazione dell'abuso di ufficio - la riforma dell'esecuzione penale, che fu malamente abbandonata dal precedente ministro Orlando e, poi, definitivamente buttata "con la chiave" dal Governo Conte. È ben nota la condizione di autentica vergogna in cui sono stipati negli istituti di pena i detenuti.
Già dal gennaio 2013 si è inutilmente abbattuta, sull'ingolfato ed inefficiente "sistema", la scure della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, con un giudizio senza appello e con la intimazione all'Italia di ricondurre "entro un anno a standard di accettabilità" una situazione carceraria indegna di un Paese civile, le cui carenze permangono con carattere strutturale.
Senza scomodare la Colonna Infame e il pensiero di Mario Pagano, il malessere della popolazione dietro le sbarre (circa 60.000, fra cui molti immigrati ed emarginati) manifestatosi con sommosse anche violente è stato finora affrontato con i pannicelli caldi di fumose architetture para-sociologiche e di discutibili provvedimenti ad personam, sull'onda dei periodici provvedimenti clemenziali dei primi anni novanta e della legislazione dell'emergenza, spesso di rozza impronta inquisitoria. Il processo accusatorio non è del tutto realizzato.
E non è mutato molto, nel tempo, il concetto di colpa e di pena. La carcerazione preventiva è quasi sempre una condanna anticipata, esasperata dalla durata dei processi. Allo strumento di una differenziazione del trattamento sanzionatorio andrebbe affiancata una compiuta depenalizzazione dei reati minori, con il taglio di molte previsioni normative, ordinarie e speciali. Vanno realizzate nuove strutture penitenziarie per una accoglienza meno promiscua e più civile ed umana; ed estese le tipologie alternative di espiazione, come la messa alla prova e permessi domiciliari con la frequentazione di controllati centri di qualificazione per lavori di pubblica utilità, così da assicurare un autentico recupero individuale e la effettività della sanzione.
La riforma penitenziaria, non meno che la lotta alla pandemia e alla crisi economica, è il banco di prova del nuovo Governo e, soprattutto, della sua Guardasigilli. Marta Cartabia non a caso è una costituzionalista, già presidente del supremo Consesso e docente alla Bocconi con vasta esperienza internazionale.
È la persona giusta per la grande svolta che qualche commentatore ha definito illuministica, avendo incrociato ripetutamente - come lei stessa ha scritto nel prezioso libro a quattro mani con il saggista Ceretti "Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione" - le riflessioni sulle idee di pena e di recupero di Carlo Maria Martini. Un'altra giustizia, ma possibile. È l'auspicio, questo, non per una riforma copernicana, ma di una chiara volontà politica e di una nuova cultura per l'umanizzazione della pena nel solco della Costituzione.











