di Isaia Sales
La Repubblica, 7 luglio 2021
In questi giorni abbiamo davanti le immagini vergognose delle sevizie subite dai detenuti all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. E in Campania abbiamo conosciuto per anni anche il contrario: l'asservimento a un capo-camorra (Raffaele Cutolo) dei funzionari e delle guardie penitenziarie addette al suo controllo. Come se non fosse possibile coniugare rigore e umanità nel trattamento dei detenuti: o l'eterogenesi dei fini (i criminali che comandano nelle carceri) o la violenza e l'umiliazione nel tenere l'ordine all'interno.
Un bel libro di Antonio Mattone ("La vendetta del boss. L'omicidio di Giuseppe Salvia", Guida editori) uscito a 40 anni dall'assassinio del vice direttore del carcere di Poggioreale, ci racconta del tentativo di un funzionario dello Stato di coniugare il rispetto della legge con il rispetto dei diritti dei detenuti. Ci sono voluti cinque anni di intenso lavoro tra atti processuali, carte del ministero e testimonianze inedite per ricostruire il delitto e le circostanze in cui maturò. Antonio Mattone va ad intervistare lo stesso Cutolo nel carcere di Belluno poco tempo prima della sua morte, e il boss di Ottaviano ammette di essere stato il mandante del delitto Salvia dopo che in tutti i processi precedenti si era sempre dichiarato innocente.
Quella del vice direttore di Poggioreale è una "storia semplice" nella sua tragicità: Salvia non accettava che il capo di una banda criminale dettasse le regole nel carcere dove era rinchiuso e che i funzionari addetti alla sorveglianza si adeguassero, a partire dai vari direttori che si erano succeduti negli anni e di tante guardie penitenziarie. Non accettava che un capo-camorra venisse nei fatti riconosciuto come comandante del carcere.
Volle perquisire Cutolo al ritorno da un'udienza. Non era compito suo, ma le guardie si rifiutarono di farlo e lui non permise che l'avesse vinta. Cutolo gli diede due schiaffi, ma non gli bastò. A Mattone confessa che fu un "atto necessario" farlo ammazzare. Cutolo a Poggioreale aveva la sua cella singola anche nei momenti di massimo superaffollamento del carcere, ed era sempre aperta e lui in vestaglia poteva girare tra i padiglioni e ricevere visite dagli altri detenuti; nella sua cella teneva nascosta una pistola, riusciva a fare entrare numerose armi (in una perquisizione furono trovate 20 pistole, una mitraglietta, numerosi coltelli e diversi candelotti di esplosivo); altri detenuti gli facevano il caffè e gli riassettavano la stanza; diversi agenti di custodia andavano a raccomandarsi da lui per problemi personali. Insomma ciò che cantava De André nella canzone Don Rafaè era tutto vero: Cutolo veniva trattato come il signore di Poggioreale.
Lo sfacelo delle carceri italiane negli anni di Cutolo non fu problema limitato nel tempo o responsabilità di una sola persona. Concorsero più fattori, più circostanze e più persone: la qualità degli agenti di custodia, l'insipienza e la vigliaccheria di molti direttori, la clientela nel reclutamento del personale, la diffusa corruzione, le degenerazioni degli uffici centrali del ministero della Giustizia e le complicità politiche con alcuni capi mafia e capi camorra. Questa parte del libro è molto esplicita ed efficace. Certo ci furono agenti di custodia che cercarono di contrastare questo andazzo: ben 8 di loro furono uccisi mentre lavoravano a Poggioreale.
E la cosa più inaccettabile che hanno fatto i dirigenti del ministero è di avere autorizzato l'ingresso nel carcere di Ascoli Piceno di agenti dei servizi segreti per trattare con colui che era il mandante dell'uccisione di Salvia (cioè Cutolo) per salvare la vita a Ciro Cirillo, assessore della Campania rapito dalle Brigate rosse. Guardate le date: il 14 aprile 1981 viene ammazzato Salvia, il 18 i giudici indicano in Cutolo il mandante, il 27 viene rapito dalle Brigate rosse Ciro Cirillo e il 28 agenti dei servizi segreti vengono autorizzati dal ministero (di cui Salvia era dirigente) a trattare con il mandante del suo assassinio! Inchinarsi di fronte al mandante del delitto di un tuo collega, è quanto di peggio si è visto nell'Italia di quegli anni. Dice uno degli intervistati da Mattone: "Se all'epoca i camorristi prevalsero, fu perché i nostri furono omertosi".
Chi fossero "i nostri" e chi "i loro" in quell'epoca era davvero difficile stabilirlo. Negli ultimi anni molto si è fatto per chiudere con l'epoca di Cutolo a Poggioreale e negli altri carceri. Ma appena dopo l'intervento del presidente della repubblica Pertini, che lo fece trasferire all'Asinara, si passò dalla vigliaccheria alla disumanità, come ben documenta Mattone e come i fatti di Santa Maria Capua Vetere testimoniano ancora oggi.
Si costruì addirittura una cella speciale in cui venivano compiute vere e proprie torture. Come se fosse impossibile essere rigorosi e umani. Salvia lo era, era un mite come quasi sempre lo sono i coraggiosi, era rigoroso come quasi sempre lo sono i generosi. Non somigliava allo Stato per cui lavorava.











